Geometrie di specchi e giochi di luce

Il sole disegnava geometrie di luce sul pavimento mentre Jarolim, con il telefono attaccato all’orecchio, camminava irato avanti ed indietro.
“No, no, no! Questo non si può fare. Ho consegnato il faldone con tutti i documenti per tempo”
Silenzio.
“Assolutamente no. Puoi tranquillamente dire al tuo collega che, se fa storie, vengo la e gli faccio capire come stanno le cose…”
“Si…Si… no, come ti ho detto Marco, non è così. Consegna corretta, in tempo o, al limite, sul filo del rasoio, ma niente ritardi. Il contenuto sono le idee per…”
Silenzio. Il rumore attutito dei passi di Jarolim era l’unico suono nella stanza.
“Ascolta, Marco. Da quanto collabori con il nostro studio? Dimmelo? Ecco. Anni. Perciò pensi veramente che stiamo cercando di fregarti? Che non ti mandiamo le cose per tempo e ti fottiamo? Dai, Marco, cazzo. Ragiona!”
Le ultime parole rimbalzarono nella stanza mentre Adele, silenziosa, lo guardava agitarsi come un leone in gabbia. Accavallò le gambe, lisciando la gonna sulle cosce e dando una fugace occhiata alle scarpe. La riunione doveva iniziare venti minuti prima, ma alcuni problemi con un lavoro avevano ritardato l’incontro e l’avevano lasciata in attesa su una poltrona dell’ufficio di Jarolim.
Nell’attesa, Adele incominciò a pensare alla serata. Qualche giorno prima aveva proposto alle sue amiche di andare a mangiare sushi e diretti al cinema.
<<Se, ovviamente, questa benedetta riunione finiva in tempo>>, sospirò Adele.
L’idea era quella di passare del tempo insieme, raccontarsi le rispettive novità e lasciare fuori dalle loro vite i problemi e l’ansia di tutti i giorni.
I pensieri vennero interrotti da un nuovo scoppio d’ira di Jarolim. Lo guardò mentre percorreva la stanza avanti ed indietro, il cordless appoggiato fra la spalla ed il mento, ululando improperi contro Marco.
Jarolim era arrivato in ditta da alcuni mesi, portando un curriculum di tutto rispetto unito ad un’ottima capacità oratoria. In pochissimi mesi era riuscito a guadagnarsi la stima del capo ed il rispetto dei colleghi con una routine lavorativa massacrante e degli ottimi risultati. Soprattutto per un periodo di crisi come quello che la ditta stava attraversando.
Jarolim si fermò di colpo, il cordless quasi gli volò via dalla spalla.
“No, non ci siamo. Mi avete detto che la campagna stampa doveva essere pensata per quel target di clienti ed il messaggio è stato strutturato su questa idea di fondo. Non puoi venirmi a dire che, adesso, il cliente ha cambiato idea, cazzo! Non puoi. Cosa faccio? La rifaccio di nuovo? Alzo il prezzo per il surplus di lavoro? E poi tu incominci a piangere per provvigioni e via dicendo! Cristo Santo, Marco!” Si rimise all’ascolto.
Adele vide il suo collega gettare l’esca aspettando che il pesce abboccasse. Una tattica che usava spesso e, a quanto sembrava, vincente anche questa volta. Jarolim guardò Adele di sfuggita facendole l’occhiolino. Prese la cornetta con la mano e, con quella libera, indicò il telefono sorridendo e poi mimò il segno della gola tagliata. Aveva Marco in pugno ed era estatico. Vibrante.
Un messaggio da parte del suo fidanzato, Jann, riportò Adele fuori dalle riflessioni e dentro nel presente. Il ragazzo le chiedeva se poteva passare da lei alla sera e dormire a casa sua, in centro. Digitò un veloce “No problem. Ricordati che sono fuori con le amiche”. Uno squillo veloce sigillò l’accordo.
Jarolim aveva intanto finito di massacrare Marco e stava controllando il suo Iphone. Si passò una mano fra i capelli corti e curati, aggiustandosi poi le maniche della camicia mentre vedeva Adele intenta a scrivere.
“Abbiamo concluso l’accordo. Una nuova commissione per l’azienda e tutti contenti. Anche Marco…” Jarolim sapeva che Marco era anche un cliente di Adele e perciò cercò di rabbonirla dopo aver strigliato il suo contatto.
“Benissimo. Con questo incremento possiamo permetterci di concentrarci su altri aspetti della promozione direi…” gli disse.
“Già, non vedo il motivo di perdere troppo tempo dietro a questa faccenda. Mettiamo a posto le altre due questioni per il cliente, l’Industriale, e vediamo di levarci di torno velocemente oggi”.
Adele sorrise a quella proposta. Si gettarono nel lavoro alacremente. Si scambiarono impressioni e appunti, lavorando in maniera affiatata. L’approccio al lavoro era diverso, ma sia Adele che il suo collega sapevano cosa andava fatto e avevano tutta l’intenzione di portare a casa un’ottimo risultato per quel trimestre. Finirono la riunione in breve tempo e, con un quaderno pieno di note e dati, Adele se ne ritornò nel suo ufficio a completare gli impegni della giornata. Fatte le telefonate in agenda, spedito il preventivo al cliente ed inserito dei diagrammi nel PC, Adele era pronta per la serata. Si ritoccò il trucco in bagno, rimettendosi in sesto velocemente. Chiamò un taxi dall’ufficio e si fece portare al ristorante.
“Ragazze guardate chi si vede! Ed è quasi puntuale!”, la voce squillante di Rebecca superò il cicaleccio delle altre tre ragazze presenti. Si girarono tutte vedendola arrivare. Adele abbracciò una ad una le sue amiche.
“Sono scappata il prima possibile dal lavoro. Un colpo di fortuna e tutto è finito per tempo. Avevo già il cellulare in mano per le scuse ufficiali”
“Fortuna che sei arrivata. Se ci tiravi un’altro pacco, saremmo venute a cercarti…” Isabella si intromise, ridendo.
“Ammettilo Isa, solo perché hai voglia di conoscere il mio collega, vero? Non per me…” la sfotté Adele.
“Allora? Non è mica un delitto, o no?” le replicò Isabella, supportata dal tifo, e dalle risate, delle altre amiche. Adele finse di mettere su il broncio, che si sciolse velocemente in un sorriso.
Si avviarono verso il ristorante Sushi-ya mentre ancora si stavano raccontando le novità della giornata. Ordinarono il cibo e mangiarono di gusto, raccontandosi qualche aneddoto e qualche fugace incursione nel territorio lavorativo. Non durò molto prima di riportare la conversazione su un terreno più leggero e spensierato. Avevano prenotato i posti per una frizzante commedia, che aveva accontentato e indispettito tutte in egual misura, ma senza che la serata ne risentisse. La pellicola finì su una frizzante canzoncina pop, che le accompagnò fino all’uscita.
“Ma cazzo, ragazze, riusciremo a scegliere un film più che discreto una volta?”. Isabella era sempre pronta a commentare negativamente i film che si sceglievano. Aveva gusti più raffinati e particolari e ci teneva a sottolinearlo.
“Ma stai zitta una buona volta!” la rimproverò Rebecca. E partì una piccola discussione fra le due amiche. Le altre ragazze si disinteressarono velocemente alla cosa, mentre Adele le osservava sogghignando.
<< Sempre così fra queste due!>> pensò. Ma la ritualità era quasi confortante e, sicuramente, divertente.
“Calme voi due!” Adele alzò la voce e pose fine alla discussione.
“Se questa stronza la smettesse di criticare una buona volta…” Rebecca, che aveva scelto il film, non finì neanche la frase. Si limitò a puntare il pollice contro Isabella.
“Non sto criticando. Dico solo la mia opinione. Ma se Rebecca è paranoica, che cazzo ci posso fare io?” rispose piccata Isabella.
“Piantatela che siete grandi e io devo andarmene a casa adesso. Ah, Isa, per la cronaca il film mi è piaciuto”. Adele sottolineò l’ultimo commento con un sorriso. Questa volta decise di parteggiare per Rebecca, visto che Isabella si divertiva a fare la bastian contraria ed a infastidire la sua amica.
Dopo il battibecco, ritornò la pace. Finirono di chiaccherare e attesero che Silvia finisse la sua sigaretta post cinema, poi si salutarono.
Rebecca e Isabella andarono alla macchina insieme a Silvia e Tiziana. Adele si diresse verso casa sua in centro.
Accese il cellulare, << Jann, dannazione!>> pensò, e trovò un nuovo messaggio del ragazzo che le diceva che avrebbe ritardato.
Era intenta a camminare e leggere il messaggio, quando si sentì toccare leggermene la spalla. Presa alla sprovvista sobbalzò con il cuore in gola. Vide Jarolim che la guardava sorridendo con le mani alzate.
“Scusami, scusami! Spaventata?”
” Dio mio, Jarolim! Mi hai fatto prendere un colpo. Stavo leggendo il cellulare e non ti ho sentito arrivare. Cosa ci fai in giro?” chiese Adele cercando di recuperare un ritmo cardiaco umano.
” Ero in giro con amici e stavo rientrando a casa. Te, invece?”
” Idem. Stavo tornando verso casa”, mise via il cellulare.
“Vuoi che ti accompagno verso casa? Tanto sono di strada…” le disse.
“Volentieri. Grazie”. Non era entusiasta di andare in giro con il suo collega, ma meglio che fare la strada da sola pensò.
Si misero in cammino conversando del più e del meno, senza toccare l’argomento lavoro. Adele rivalutò un pochino Jarolim durante la camminata. In ufficio era un vero stronzo, arrogante ed arrivista, ma fuori era un’oratore ispirato e divertente. Sparava velocemente aneddoti sui viaggi all’estero, facendo collegamenti musicali e culinari. Un modo di raccontare strano ma coinvolgente. Adele ascoltò, sorridendo, le peripezie a Parigi, il soggiorno lampo in Spagna e le avventure inglesi. Ribatté con le sue esperienze di viaggio nel Nord Europa e la sua gita in America.
“In America non ci sono mai stato” disse Jarolim dopo qualche secondo “mi piacerebbe andarci, ma non penso che riuscirò a farlo nel breve termine. Troppo lavoro e troppi impegni mi tengono qua in Europa”.
“Secondo me l’America va visitata almeno una volta nella vita. Non ci vivrei, fidati. Troppo caotica. Ma ha un fascino particolare”.
Arrivarono alla porta dell’appartamento di Adele che ancora si raccontavano esperienze di viaggio. La luce sulla strada era rotta. <<Come sempre>>, pensò Adele. L’oscurità costrinse la ragazza ad un lavoro supplementare per infilare la chiave nella toppa ed aprirla. Jarolim, silenzioso, le fece da guardia del corpo per tutto il tempo necessario all’apertura. La presenza alle sue spalle la innervosiva ed irritava leggermente. Era stanca e non aveva voglia di troppi convenevoli. Ma non disse nulla, in fin dei conti l’aveva accompagnata a casa.
Adele cercò senza guardare l’interruttore, ma non riuscì a trovarlo. Il buio dell’appartamento era quasi avvolgente. Adele salutò Jarolim e chiuse la porta alle sue spalle. Per scrupolo o solo per curiosità, guardò fuori dallo spioncino. Jarolim era ancora la, ma stava armeggiando con il cellulare.
Entrò nell’appartamento scuro ma non riuscì ad accendere la luce.
<<Ma dai, cazzo, di nuovo… >> sbuffò rivolta all’oscurità.
Si mosse a tentoni per l’appartamento. Lanciò il cellulare sul letto e andò verso il bagno a lavarsi. Aprì l’acqua ed incominciò il rituale serale di lavaggio. Lo scroscio dell’acqua coprì il rumore della porta che si apriva ed i seguenti passi. Finì in pochi minuti e andò verso il letto.
La camera da letto, vuota, era illuminata da un fascio di luna candida.
Adele si fermò con il cuore in gola, aveva udito dei passi in casa. Sbirciò velocemente fuori dalla porta, ma non vide niente.
“Jann, siamo senza luce! Fai attenzione”, la voce di Adele si perse nell’oscurità. Non ci fu risposta.
” Jaaaaann! Non fare scherzi. Sai che poi mi incazzo e ti offendi” Adele andò verso il letto su tutte le furie con il fidanzato ed i suoi stupidi scherzi.
Un’ombra emerse dalle tenebre e si stagliò sulla porta. Silenziosa.
Adele guardò l’uomo. Lo riconobbe e rimase senza parole. L’uomo avanzò, silenzioso, ferale. Lei arretrò inciampando nella gamba del letto. Le sfuggì un grugnito di dolore.
“Jaaaa…” l’uomo le balzò addosso come una furia, strozzandole il grido in gola e bloccandole la bocca con la mano. Lo sguardo di lui era di ghiaccio, privo di empatia. Nessun calore umano. Solo una fredda luce omicida.
L’uomo le mise uno fazzoletto di seta in bocca per zittirla, mentre copiose lacrime scorrevano lungo le guance della ragazza. L’aggressore le montò sul corpo per bloccarle ogni movimento. Incominciò ad accarezzarle dolcemente la testa.
Adele sgranò gli occhi in uno sguardo allucinato di puro terrore.
“Non ti farò del male, cara” il sussurro dell’uomo era torbido e roco.
“Vedrai, non ci mettiamo più di tanto. Sarà una vera passeggiata. Dopo di che sarai libera di andartene”. La voce monocorde era terrificante. Adele stentava a riconoscere la persona con cui aveva passato tutto quel tempo. Cercò di divincolarsi con tutte le sue forse, sbattendo i piedi e torcendo il busto, ma l’uomo la costringeva in quella posizione e non si muoveva. Dopo vari inutili tentativi, Adele perse lo spirito combattivo.
“Non muoverti, così brava. Non serve a niente. Poi ti scompigli i capelli e tutto è perduto”, l’uomo le accarezzò nuovamente la guancia. Con il dorso della mano asciugò le lacrime.
La ragazza sentiva i bicipiti dolere dal peso delle gambe del suo aggressore. Cercò nuovamente di divincolarsi, tirando fuori tutta la forza possibile. Ma non c’era niente da fare, il peso dell’uomo, sia fisico che psicologico, le mozzavano le gambe e le forze, rendendola docile come un agnello.
“Vedi. Brava. Così. Calmati. Non vorrai mica farti del male, no?” l’aggressore le sibilò la domanda, ma sembrava solo una affermazione.
Adele annuì piano. L’unico desiderio, adesso, era quello di rimanere buona e tranquilla; forse, se non avesse fatto stupidaggini, l’avrebbe risparmiata o le avrebbe evitato le violenze. Si costrinse a crederci ciecamente. Si calmò. Voleva vivere.
L’aggressore la guardò, sussurrandole “Brava bambina. Brava”. Le passò lentamente la mano sui capelli, prendendone una ciocca e giocandoci svogliatamente.
“Shhh, non c’è nessun problema, stai tranquilla. Fai la brava e tutto finirà presto”.
L’uomo eresse il busto sopra la ragazza, torreggiando su di lei.
“Se ti lascio andare le braccia, tu farai stupidate? No… non credo” disse con dolcezza, ma con dietro una vena di malignità. Adele annuì.
“Brava bambina” le disse allontanando il busto da lei e lasciandole libero il torace e le braccia.
Adele sentì la pressione allentarsi ed un leggero formicolio sulle braccia.
L’uomo le prese la testa e l’alzò dolcemente. Adele sentì la mano calda, forte, sulla propria nuca. Non pose resistenza. Era alla sua mercé. Quando fu quasi seduta, l’uomo si chinò velocemente verso di lei.
Adele sentì una fitta allo stomaco e tentò di guardare verso il basso, ma la mano le stringeva i capelli costringendola a guardarlo negli occhi. Mosse le mani verso lo stomaco, sentendo l’umido vischioso sui vestiti e poi… il coltello piantato nello stomaco. Urlò, ma ne uscì un rantolo soffocato.
La fitta diventò dolore intenso, atroce, mentre l’uomo la colpiva altre nove volte nello stomaco. L’ultima immagine che Adele vide fu il viso dell’uomo. E non era felice o cattivo. Aveva uno sguardo triste, distante. Colpevole.
La vita fuggì dalle viscere di Adele senza lasciarle il tempo di bloccarla. Le mani, una rete a maglie troppo grandi per l’anima.
L’uomo la prese in braccio e la depose delicatamente sul letto. Le mise addosso un nuovo vestito e le incrociò le mani sul petto. Nel mezzo posizionò un nastro rosso per capelli.
Finito di posizionare il cadavere, le prese il cellulare mentre si allontanava.
La ragazza, conosciuta un tempo come Adele, ma che secondo lui era sempre e solo Suzanne, sembrava dolcemente addormentata. Immobile e bellissima.
Il killer si allontanò dall’appartamento. Chiamò il Pronto Soccorso, lasciando un messaggio registrato dal Pronto Intervento:
“Sono Jann, qualcuno si è introdotto nell’appartamento della mia ragazza. Penso sia successo qualcosa. Aiutatemi”
“Cosa è successo signore? Dove la posso trovare? Signore?!” la voce del ragazzo dall’altra parte del telefono era calma e professionale.
Le domande, però, caddero nel vuoto. Il cellulare, acceso, era stato lanciato in un cassonetto vicino alla casa.
Il Killer Innamorato, Jann, si allontanò senza più guardarsi alle spalle.

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24 Replies to “Geometrie di specchi e giochi di luce”

    1. O.O e si che stavolta ci ho messo del mio per:
      a) scriverlo leggermente più lungo (più noia)
      b) descrivere più approfonditamente la scena cardine (perciò più violenza e cattiveria)
      c) cercare di non perdermi nel gioco di specchi e… far perdere voi 😀 eheheheh

      1. Ahahaha! 😀 perciò era più violento, più cattivo, più noioso e più intricato nello stesso tempo!? 😀 😛

        Grazie Claire. Sto solo scherzando un pochino 🙂

  1. Allora, ti enumero un po’ di sviste che ho trovato:
    -Cosce, non coscie!
    -DallA spalla
    – Visto CHE Isabella
    – Annuì CON LA TESTA mi sembra un po’ sovrabbondante 😀
    – GuaRdare

    Per il resto, l’idea è buona, ma prima o poi si arriverà al dunque? 😀 (Non ho capito dove sono le geometrie di specchi!)

    1. Grazie mille per le correzioni. Mi erano sfuggite nel corso delle varie riletture.. 😀

      Dunque? Quale dunque? La vittima siete voi che subite questi racconti!!! 😀 ahahaha. Ecco svelato il trucco. Comunque si, si arriverà (almeno credo… come detto, era concepito come racconto breve e adesso sta diventando enorme 😀 ahaha).

      – le geometrie di specchi? Bah, mi diverte mettere titoli interessanti e che richiamano alcune cose. Gli specchi dovrebbero rappresentare il fatto che non si sa, fino alla fine, chi è l’omicida – ma non essendo un giallista decente, lo capisci dopo 4 parole in croce ahahahaha 😀

    1. Grazie mille! 🙂 stavolta ho provato ad “osare” un pochino… allungando la narrazione, giocando sui dettagli e provando a gettare un pochino di fumo su chi fosse il killer: il collega o il fidanzato?

      1. Guarda io non son un amante del genere noir, anche se ho un sacco di amici che pubblicano noir/giallo (io son più da tipo che legge/leggeva fantascienza), però si stavolta mi è piaciuto

      2. Vuoi che ti dica una verità? Io non penso di aver mai letto, almeno consciamente, un noir. Mi era oscuro il genere. Mi hanno fatto presente, facendomi “pat pat” sulla spalla, che quello che scrivevo in questo racconto è, in effetti, catalogabile sotto questo genere 😀

        Fantascienza? Asimov et similia?!

  2. Mi fa paura il fatto che il fidanzato uccida tutte le sue donne. Mi terrorizza, pen non parlare di quando lei è entrata in casa e le luci erano spente… nel mio cervello è balenata l’immagine che ci fossi io in quella situazione…
    e meno male che vivo con mia nonna, altrimenti non sarei più entrata a casa da sola di sera ahahah

    comunque, visto che mi sono immedesimata addirittura, hai centrato l’obiettivo di non annoiare, nonostante la lunghezza. A parte che non è impossibile che i tuoi racconti annoino.

    Poi, mi è piaciuto il fatto che prima del delitto, tu ti sia soffermato molto sul lavoro della ragazza, sulle amiche, su Jarolim (che poi… che nome è!? troppo strano ed inquietante 😀 )… dunque sulla quotidianità di lei… oltretutto dipingendo Jarolim come un tipo un po’ strano ed inquietante… dunque, dopo aver raccontato queste cose, è arrivato il delitto. SUPERBO! 🙂

    1. Ho cercato, come in altri racconti (a volte riuscendoci, a volte no), di riuscire a creare il male dalla normalità. Non penso ci sia sempre bisogno di qualche cosa di estremo per poter definire il male (ovvio che nei racconti zombie o altri c’è qualcosa di particolare… ma è un discorso diverso). Diciamo che analizzo quello che è stato definito come: la banalità del male (ok, non sono parole mie. Ok, non sono rivolte ad un tema come questo…).

      Sono contento che sia riuscito a creare tutta l’attrattiva, il mistero, il dubbio ed il terrore. Questo è qualcosa che mi fa piacere. Perché è quello che cercavo 🙂 Il tuo commento mi dice che ci sono riuscito e ti ringrazio 🙂

      1. La “banalità del male” è quello che mi affascina di più e poi te la sai rendere benissimo. Mi piace molto l’attenzione che metti nei particolari, nella psicologia dei personaggi, nelle descizioni minuziose… sei bravissimo. IL Caso è chiuso!!!

      2. Guarda, mi sono appropriato ingiustamente di una definizione di Hannah Arendt. Comunque mi sembrava calzasse anche a quello che cerco di portare io nei personaggi. Creature tranquille, quotidiane, che compiono atti assurdi.

Si!?

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