Diary of a dead man #10

Il rumore della macchina era l’unico suono che si udiva. Non c’era niente. Nessun grugnito, nessun urlo. Erano mesi che cercavo di andarmene da quella città e non c’ero mai riuscito e poi, nel giro di un solo giorno, sono riuscito a scappare. Guardo alla mia destra e vedo Sara che dorme. La copro con la giacca. Metto la prima e andiamo verso il fondovalle. La strada è libera, pochissime macchine ingombrano la carreggiata. Tengo premuto il gas, sentendo il piacevole effetto dell’accelerazione e l’aumentare lento ma costante della velocità. Un brivido scorre lungo la schiena mentre gli alberi diventano via via indistinti e poi solo macchie colorate nella coda dell’occhio. Il paesaggio davanti a me è rigoglioso, tutte queste settimane di mancanza di attività umana invasiva, di distruzioni e lavori, hanno donato alle montagne ed ai prati uno splendore incantevole. Non c’è più neanche quella leggera patina grigiastra come monito della vita umana. L’unica cosa che si vedeva era uno strato di nubi sulle montagne più alte. Il cielo è rischiarato da un sole pallido che, incostante, gioca a nascondino dietro una nuvola bianca. Alcuni paesini, periferia di quella che una volta era la grande città, il nucleo commerciale pulsante, emergono sullo sfondo. Uno scorcio di vita quasi rurale, vista l’altitudine e la mancanza del traffico congestionato.
Guidiamo velocemente seguendo la strada, che assomiglia sempre più ad una grande lingua di cemento nel centro del verde della vallata sottostante. Passiamo vicino ad una chiesetta semidistrutta, che sbuca da un gruppo di abeti. L’avevo vista nelle settimane precedenti l’Apocalisse, ma non avevo mai notato quanto fosse caratteristica, quanto si mescolasse bene con il paesaggio circostante. Un gruppo di persone si muovono lentamente verso la porta della Chiesa. Il passo strascicato, le braccia penzolanti e le posture più disparate non mi fanno neanche rallentare. Sono zombie e, per il momento, ne ho già avuto più che a sufficienza. Schiaccio con forza l’acceleratore, vedendo uno sbuffo di fumo nerastro uscire dalla marmitta. Sorrido pensando che sono l’unica causa di inquinamento in quella zona.
Con la mano rovisto nel cruscotto della Volkswagen e, in mezzo a cartacce ed i documenti dell’auto, trovo anche un blister di aspirine. Appena Sara si sveglia, le darò le pillole per abbassare la febbre e contrastare questa terribile influenza. Bevo un goccio d’acqua e abbasso il parasole. Il viaggio si sta rivelando particolarmente piacevole. Il problema rifornimento è stato evitato grazie ad un provvidenziale gruppo di auto che abbiamo trovato. Il raid per il recupero della benzina è stato veloce. Preferisco fermarmi un’altra volta fra qualche centinaio di chilometri. Riprendiamo la marcia, forzando leggermente i tempi per arrivare al primo assembramento urbano. Il nostro obiettivo.
Dopo un’oretta di viaggio, Sara si sveglia. Il sonno sembra averle ridato un po’ le forze e sembra più felice. Sono sicuro che è solo un’illusione data dalla fuga dalla città e dal relax della macchina, ma fa piacere pensarla così. Un aspetto positivo dopo tante settimane di privazione e morte. Le passo la conferzione con i medicinali e la bottiglietta d’acqua. Lo sguardo contento che mi rivolge è la cosa migliore di questi ultimi giorni. Proseguiamo ancora un paio di chilometri, prima di intravvedere diverse macchine abbandonate al lato della strada. Rallentiamo prudenti e mi decido per una fermata rapida per riempire nuovamente il serbatoio.
Le operazioni di travaso non durano tanto. I mesi passati a sopravvivere mi hanno insegnato molto e perciò anche queste azioni, che prima erano inconcepibili, adesso sono normali. Semplici. Sara esce dalla macchina e si allontana senza dire una parola. La guardo muoversi lentamente, cacciavite in mano. Poco dopo la vedo accucciarsi e sparire. Senza un grido, senza niente. Mi prende un colpo. Faccio cadere il tubo vuoto e corro nella sua direzione. Il cuore all’impazzata. Non può essere. Non dopo tutto quello che abbiamo visto e vissuto. Aumento la falcata. Sono a qualche metro da dove l’ho vista sparire e sento la sua voce. Mi dice di fermarmi. Che anche le signore hanno bisogno di un pochino di privacy. Dice il tutto ridendo. Sento un rossore diffuso che mi colora il volto. Tossisco e accampo scuse, ma l’imbarazzo ha la meglio e me ne ritorno indietro al mio lavoro. Non prima di aver lanciato un’occhiata indietro. Vedo Sara rialzarsi. Sorrido e proseguo verso la VW e al mio lavoro. Controllo in tutte le auto e riesco a raggruppare una bella scorta di cibarie non scadute, bottiglie d’acqua, un paio di libri e dei vestiti di ricambio. In una delle vetture più nuove trovo anche una valigetta del Pronto Soccorso e ringrazio la dea bendata per questo autentico colpo di fortuna. Apro e vedo che è intatta: forbici, garze, salviette disinfettanti e tutto quello che può servirci per intervenire d’urgenza. Non ci avrebbe salvato la vita, ma sicuramente l’avrebbe prolungata un pochino.
Riprendiamo la marcia dirigendoci verso le stradine secondarie ma, su suggerimento di Sara, viro nuovamente sulla strada principale. Ammetto che il ragionamento è sensato, tutte le persone si saranno affrettate per andarsene dalla città e non per entrarci. Il traffico, perciò, è in uscita e non in entrata. Procediamo abbastanza spediti, schivando occasionali rottami ed evitando qualche assembramento di auto. Sara mi indica gli zombie nei prati, indicandoli con il dito. Non sono un problema. Non adesso almeno. Incominciamo a vedere il profilo della città all’orizzonte. Si staglia controluce, scuro e possente. Grosse colonne di fumo scuro si alzano sornione nel cielo da più punti della città. Tutto sembra silente.
Ci fermiamo in una piazzola d’emergenza e smonto dalla macchina. Mi siedo sul bordo del cofano, in silenzio, finché anche Sara scende e si siede di fianco. Anche lei muta. In attesa.
Rimaniamo così per diversi minuti. E sembrano un’eternità.
Ma dobbiamo ripartire. E così sarà. Ma non ora. Adesso ci godiamo l’aria fresca ed il silenzio. La mancanza di ogni attività. La tranquillità e la sicurezza.
Sicuri che finiranno presto.

Con questo racconto si chiudono i primi dieci capitoli di Diary of a dead man. Il racconto verrà ripreso nelle prossime settimane/mesi, narrando le future gesta del protagonista e gli eventi di questo mondo post-apocalittico.
Ringrazio tutti quelli che hanno letto questo piccolo racconto, chi ha votato (rendendo perciò possibile questo esperimento di storia collettiva) e chi mi ha supportato. Ogni vostra decisione ha messo mattoni su mattoni per lo svolgimento di Diary of a dead man. Grazie.
Spero vi siano piaciute e che siate nuovamente così entusiasti per i prossimi capitoli!!

Zeus

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15 pensieri su “Diary of a dead man #10

  1. Torment

    ola.
    eccoci alla fine ( se pur fine non finita 🙂 ). lascia un pò di amarezza sapere che si dovrà aspettare per sapere che fine faranno i nostri.
    sono stati dieci capitoli al cardiopalma, con l’ansia , almeno da parte mia , di sapere cosa sarebbe successo.
    alla fine un pò ti affezioni, eh.
    e così, li lasciamo in silenzio. soli ma circondati. stanchi ma in allerta. felici ma terrorizzati.
    grande Cerby, mi hai fatto staccare la testa ( che esempio non adatto aha) da tutta la m. e gli affanni, portandomi in un mondo diverso, dove, nonostante l’agitazione, ero solo una semplice spettatrice.
    io aspetto con ansia ( noooooooo non ti voglio mica mettere fretta……con molta ansia…..ti scriverò 670567605067025 sms al giorno….. ma vai sereno, senza ansia 🙂 ) i nuovi capitoli.
    bravo.
    e, soprattutto, grazie.
    T.

    1. Grazie a te! Per aver letto, per aver commentato e aver votato.
      Prenderò il tempo necessario per fare un’altra cosa che ho in mente e poi ritorneranno le storie nel mondo putrescente di Diary of a Dead Man. Non preoccuparti.
      Non so dirti quando riprenderanno, qualche settimana/mese sicuro sicuro, ma riprenderanno. Spero con lo stesso entusiasmo da parte tua/vostra e la stessa capacità di coinvolgere
      da parte mia.
      Vediamo. Io intanto faccio mente locale e trovo qualche buona idea da inserire.
      Zeus

  2. Come tu sai sono approdata quì a viaggio già iniziato, ma nonostante questo, ho letto con le palpitazioni ogni capitolo di questo racconto, divorandoli in men che non si dica.
    E’ giusto che tu ti prenda una pausa, ma son felice di sapere che riprenderanno presto, perché mi sono già affezionata ai protagonisti e alla storia.
    Buona notte Zeus

    1. Ti ringrazio veramente per aver letto tutta la storia e esserti appassionata a quello che ho scritto.
      Si, adesso un pochino di pausa con Diary… ma non si fermano le altre idee, le altre storie. Ma i protagonisti del racconto zombie ritorneranno quanto prima.
      Buongiorno!!

  3. Buongiorno Zeus..
    nel frattempo allora ti leggerò sugli altri fronti!
    è stato un piacere per me leggerti fino ad ora, mi sembra di essere la lettrice di un romanzo di appendice, il quotidiano che ti ospita è wordpress ed ogni settimana c’è l’attesa del prossimo episodio! 🙂

    1. Sei veramente troppo gentile! 🙂
      sto cercando di fare questo, di creare l’attesa per quello che succede dopo. Ovviamente è difficile visto che internet è un mezzo veloce e l’attenzione, non sempre logico, scema velocemente. Ma ci tentiamo. Un Don Chisciotte moderno! 😀 ehehe 😉

    1. Grazie mille. Tante belle parole. Ed il tuo supporto mi spinge a pensare, ancora di più, ai prossimi capitoli di questa saga zombie.
      Tornerò a raccontare, c’è solo il bisogno di un pochino di stop per ricaricare le pile e pensare alla prossima tranche.
      Grazie, veramente 🙂

  4. I ragazzi possono riprendere fiato, sono finalmente al sicuro, non sanno quanto questo momento durerà, quando potranno scrivere la parola fine, lontani da quel girone infernale.
    Non dipende in fondo da loro, è l’Olimpo a giocare con le loro sorti per mano di Zeus che sfidando se stesso dopo la perfetta riuscita di ben dieci capitoli tornerà a scriverne di nuovi ed avvincenti per conseguire la meritata lode. 😉
    un abbraccio scRRR … vabbè lo sai!

    1. Grazie Affy. Parole troppo buone!
      Si, un pochino di pausa per loro e per me. Bisogna tirare il fiato prima di gettarsi in una seconda tranche di racconti. Intanto mi getto a capofitto nel finire quelli che sto portando avanti e sto progettando un nuovo racconto che mi piace ogni particolare che aggiungo.
      Sarà una bella sfida, su questo non c’è dubbio.
      Ma i nostri eroi torneranno e così gli zombie… ehhhh… tornano sempre ‘sti maledetti 😉 ehehe

Si!?

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