Diary of a dead man #8


Ci sono voluti alcuni attimi prima di abituarsi all’oscurità del corridoio. I passi producevano un’eco maligna che ci ha rallentato e procedere come gamberi fra la porta di servizio e la nostra destinazione. Sara si teneva stretta a me, cercando con la sua mano la mia giacca. A parte la scarsa illuminazione, però, sembrava tutto tranquillo. Ci siamo diretti verso il centro dell’edificio per avere un’idea della sua forma e su che direzione prendere. Girare intorno non era un’opzione. I negozi, spogliati dalle razzie post-apocalisse, ci guardavano come occhi ciechi o bocche spalancate. Il blocco principale era vuoto e silente e la sua tranquillità, dapprima rilassante e suadente, ha incominciato a renderci nervosi. Questo silenzio era innaturale.
Fermi nello spiazzo centrale abbiamo ammirato la maestosa linearità del locale. Una colata di cemento armato intervallata da lucernari in vetro, che facevano entrare una luce diafana.
Il piano terra era sovrastato da una serie di scale mobili che portavano da un piano all’altro, come una scala infinita di Penrose. Le scale si attorcigliavano verso il centro dell’edificio fino ad arrestarsi al quinto piano. Sotto di noi ne vedevo almeno altri due o tre. Il passaggio era bloccato, perciò se il Prete è andato da qualche parte, è andato in alto.
Dopo gli eventi delle ore precedenti, però, eravamo sfiniti e abbiamo deciso di fermare l’ispezione per quella notte. Abbiamo trovato un locale, una piccola tabaccheria, che sembrava sicuro e confortevole. Scavando fra le macerie abbiamo raccolto un paio di snack ed una bottiglia di acqua intatta. Il sapore di plastica non era dei migliori, ma è stata una vera benedizione.
Il giorno dopo abbiamo perlustrato i vari piani rovistando alla ricerca di qualcosa di utile. Ringraziando la buona sorte era rimasto qualche vestito e dei medicinali non scaduti. La merce fresca era marcia e abbiamo dovuto cercare fra la spazzatura e nei retrobottega per del cibo confezionato. I pochi zombie presenti, ex commessi del centro in divisa e qualche cliente, li abbiamo liquidati velocemente. Nonostante la ricerca meticolosa, i primi quattro piani erano vuoti. Durante la serata, però, Sara si è ammalata e questo ci ha rallentato moltissimo. La spronavo costantemente, ma la febbre la stava divorando. Sapevo solo una cosa: dovevamo andarcene velocemente o quel centro si sarebbe trasformato nella nostra tomba.
Ci siamo spinti fino al quinto, e a quanto sembrava ultimo, piano. Rispetto ai precedenti era meno disastrato e diversi negozi avevano ancora le vetrine intatte. Ci siamo fermati per mangiare, dividendo il poco che avevamo. Non era molto, ma almeno ci ha dato un po’ di forza. La marcia forzata è ripresa quasi subito.
Abbiamo controllato tutta l’ala est del piano inutilmente. Ed è qua che ho lasciato Sara, sdraiata su una panchina ed in preda a forti tremori. Mi sono spinto verso l’altra ala, sperando di trovare finalmente le prove che cercavo. Tre dei quattro negozi presenti sul piano erano desolati. Dietro le lerce vetrine non c’era niente, se non qualche rottame tecnologico o cose inutili la fuori. L’ultimo locale, invece, era diverso dagli altri. Sembrava che qualcuno, prima di andarsene, si fosse preso il tempo di chiuderlo e assicurare che nessuno potesse entrare o uscire.
Lo impronte sullo sporco fuligginoso facevano pensare che la serranda era stata utilizzata più volte nelle scorse settimane. A questo si aggiungevano anche diverse impronte di scarpe impresse nella polvere. Mi sono avvicinato cautamente per controllare il vetro scuro. Le dita sono scivolate prontamente sulla mazza da baseball. La maniglia era quasi pulita dall’uso ed anche il vetro aveva una mano impressa nello sporco. Ho messo le mani a cucchiaio intorno agli occhi per provare a scrutare nel locale. Appena ho avvicinato il viso, un tonfo sordo proveniente dall’interno mi ha fatto saltare indietro. Il cuore a mille, il respiro mozzato. Dannazione!
Piegato su me stesso, ho intravisto delle ombre che si accalcavano dietro la vetrata sporca. Esseri che ululavano, gridavano e battevano palmi e pugni contro il vetro ed il metallo. Le sagome contorte disegnavano orridi profili. Ma ho sentito parole e le parole significano vita. Mi sono avvicinato lentamente, trovando conforto nel freddo letale della mazza da baseball. L’ululato e le grida continuavano. Mi sono fatto forza e ho provato a riguardare dentro la stanza. Le urla si sono fatte intense. Salvezza! Volevano essere liberate. Ho strattonato la serranda, ma questa era bloccata. E non c’era verso di aprirla. Erano bloccati dentro, a morire. Ho gridato a pieni polmoni di allontanarsi, di spostarsi dal vetro. Riluttanti si sono mossi. Ho sentito singhiozzare. Dopo diversi tentativi ho spaccato il vetro della porta. Con i cocci che ancora cadevano sul pavimento, sono apparsi immediatamente relitti umani alla porta. Persone sfigurate, disidratate, occhi ciechi dall’oscurità che piangevano e pregavano di liberarle. Ma non potevo. L’ho anche detto. Io. Non. Posso. Hanno steso le mani chiedendo cibo, pregando di aiutarle. Erano mani e arti sudici, insanguinati da innumerevoli tentativi d’evasione. Lo scorcio di sole che entrava mostrava un ambiente distrutto, infetto. L’afrore mi ha fatto salire conati di vomito, che ho trattenuto a stento. Le loro voci si sono fatte indistinte. Le preghiere più flebili. Ho chiesto: “chi vi ha rinchiusi?“. Ma la risposta la sapevo. Patrick. Fra le lacrime mi è stato detto che erano settimane che venivano imprigionate persone, torturate e lasciate a marcire in quel locale. Nel silenzio. I più forti, i più sani, venivano presi e portati via. Ma non sapevano dove. La porta veniva chiusa subito. Quando lui portava via qualcuno, gli diceva che finalmente poteva liberarlo. Che le sue pene, il suo tormento terreno, erano finiti. Che con il suo aiuto poteva dar da mangiare a diverse persone. Che c’era una fine alla sofferenza. Una luce. Un caldo abbraccio.
La lacrime mi scendevano copiose al racconto. Ho guardato questi relitti umani, incarcerati e destinati a morire in quel lurido negozio, combattere per un briciolo d’aria, un soffio di vita. Qualcosa si è rotto in me. Ho vomitato ansia, disperazione e disgusto. Ho vomitato rabbia, ingiustizia e stanchezza. Ero sfinito La testa rimbombava le parole che avevo sentito. Lo stomaco si rivoltava dalla nausea di aver mangiato… non potevo pensarlo. Non potevo dirlo. Non volevo saperlo. Ma lo sapevo. Ne ero cosciente. Mi aveva tenuto in vita. Ma lo sapevo? Lo sospettavo? E con queste domande ho sentito il rumore di una vetrata che si rompe e passi strascicati nel centro commerciale. Empie e putride gole producevano suoni orribili mentre arretravo dalla finestra. Scusandomi. Chiedendo perdono. Dicendo che sarei tornato. Che l’avrei fatto. Ho giurato. Piangendo, ho giurato. Mi hanno guardato indietreggiare con gli occhi incavati nelle orbite. I denti che digrignavano. E le braccia come rami secchi che cercavano di tenermi, sfiorandomi la giacca. Ma io mi stavo già allontanando. Ero distante.
Dovevo uscire. Dovevo scappare per aver salva la vita. Me ne sono andato mentre un coro di urla isteriche faceva da colonna sonora alla mia codardia, al mio terrore, alla mia voglia di vivere.

19 pensieri su “Diary of a dead man #8

    1. Grazie mille per averla letta. Son contento che ti sia piaciuta. Si, ho pensato di coinvolgere il lettore nella scelta delle azioni, responsabilizzarlo.
      Sfortunatamente le scelte dei capitoli precedenti sono chiuse, ma puoi partire da questo 🙂

    1. Troppo gentile. Grazie mille. Questo capitolo è un ulteriore momento di crescita per me (come scrittore) e per il protagonista. Da questo punto in avanti non si può tornare indietro, l’innocenza è perduta.

  1. L’ho vista, per averla descritta così bene, la scena apocalittica di quei corpi marcescenti che elemosinano salvezza, vaghi nell’ignorare il proprio destino e sconfitti da un’inumana crudeltà.
    Una sofferenza che senti palpabile tra passiva teologia ed attiva criminalità, nelle righe di quest’avvincente ulteriore capitolo che ti blocca, come un chiodo conficcato dentro il muro, ad aspettare la fine.
    Bravissimo Zeuss, sorprendente ancora e ancora di più. 😉
    Un abbraccio

    1. Ed ecco qua, un commento stupendo come solo Affy sa fare. Giuro, ti invidio, riesci a fare dei commenti che non solo rendono quello che ho scritto molto più bello, ma lo fanno sembrare più brutto del tuo commento stesso!!!! 😀
      Mi fa piacere che ti sia piaciuto. Ho gettato, come sempre fra l’altro, molta anima dentro, molta dannazione. E mi sembra che il risultato sia quello sperato, anche se non è un risultato piacevole 🙂

      Grazie Affy!! 🙂
      un salutone.

    1. Vero? Hanno un che di romantico e fatato 😀 eheheh. Già, l’innocenza è perduta, da adesso in avanti c’è la crescita della persona… sono passaggi che avvengono in ognuno. Quando cala il velo davanti agli occhi e capisci che quello che conoscevi prima, beh, è sparito 🙂
      *ma forse mi faccio troppi film mentali io, eh!! ehehe*

      Fifa? Ma noooo!!! Comunque grazie 😀 ehehe

  2. Torment

    ola.
    te lo avevo detto che Patrick era cattivoooooooooooo!!!!!!!!!! lo sapevo lo sapevo lo sapevo!
    che orrida persona.
    bellissimo capitolo, le descrizioni sono proprio forti, pare di essere li!
    non tornerà a prenderli,a salvarli, gli zombie sono entrati.
    non prenderà Sara , è malata ( forse infetta?), lo rallenterebbe troppo.
    e si sa , dai centri commerciali si deve stare alla larga.
    quindi per me , via da solo, mi spiace per gli altri ma la sopravvivenza deve avere la meglio.
    braverrimo! ( esisterà?)
    T.

    1. Me l’avevi detto? 😀 eheeheh… e ripetuto! 🙂
      Cattivo? Bisogna sopravvivere lo hai detto anche te!! Come si fa a giudicare? 😉
      Grazie per i complimenti… la sfida è sempre più dura, cercare di crescere ulteriormente come descrizione e come impatto. Questa volta mi è riuscito bene.
      Tu opti per la salvezza in proprio? Vediamo come vanno le votazioni e se c’è questa decisione!! 🙂 Al momento propendono per andare a salvare Sara.
      Grazierrimo (non esiste, questo lo so).
      Zeus

Si!?

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...