Meat – Human Replacement

La stanza era ripiena delle note possenti di Hammer Smashed Face, il growling ributtante di Barnes sfondava l’aria pesante come una sinfonia deviata.
Una figura, in controluce, guardò la stanza illuminata da luci al neon e abbassò lo sguardo, scuotendo mestamente il capo.
“Non c’è niente da fare, se non capisco questa cosa, non si riesce a fare”, pensò.
Accese il suo ACER ed incominciò a fare delle ricerche su internet. Al suo fianco, aperto poco dopo la metà, un manuale di medicina. La risposta era contenuta nel web e nelle pagine del libro che aveva al suo fianco o in quelli sugli scaffali della mensola alle sue spalle. Non riusciva a trovare il bandolo della matassa e ne era infastidito. C’era un particolare, o più di uno, che non riusciva ancora a comprendere pienamente. Digitò furiosamente sulla tastiera, due o tre finestre aperte e l’indice che seguiva il segno sullo schermo, per poi andare a posizionarsi sulle pagine aperte del tomo. Un moto pendolare continuo.
“Gli stessi dannati passaggi, le stesse operazioni. Ma Dio, ci sarà un modo per bypassare questo problema?”
La domanda rimase sospesa nei meandri delle sue sinapsi, incancrenendosi.
Continuò ad aprire schede su schede e rovistare all’interno della rete, accumulando appunti e note scritte con calligrafia fine ed elegante.
Dalla stanza adiacente sentì dei rumori, un paio di urla e lo sbattere di qualcosa di metallico. Il rumore turbò la quiete della lettura, come il graffiare delle unghie sulla lavagna. Digrignò i denti e, con stizza, sbatté con violenza il pugno sul tavolo. Ripetutamente.
<< Volete far silenzio, cazzo! Devo lavorare!>>
Il gridò echeggiò nella stanza, rimbalzando di muro in muro. Si asciugò con il bordo della manica delle piccole perle di sudore dal labbro superiore. Per nascondere il rumore fastidioso, alzò il volume della musica: Barnes ringhiava gutturalmente le lyrics di Split Wide Open e questo provocò un brivido lungo la sua schiena. Distese le gambe sotto il tavolo e incrociò le mani dietro la nuca.
“Mi merito un attimo di pausa, di riflessione”.
Mimò le parole con la voce, seguendo le metriche della canzone. Ne provava orgasmico piacere.
Si avvicinò allo scaffale con il tomo sotto il braccio. Col dito tastò le rilegature di alcuni libri presenti, fino a soffermarsi su uno in particolare. Lo prese e incominciò a sfogliarlo attentamente, saltando di segnalibro in segnalibro. Rilesse con attenzione alcuni passaggi, sottolineati accuratamente con una matita leggera. Scrisse degli appunti su un taccuino e se lo rimise in tasca. Un sorriso si delineò sul suo viso. Aveva capito come risolvere l’impasse. Aveva incominciato a considerare il problema dal verso sbagliato! Logicamente era il verso sbagliato. Se avesse operato in quel modo, sarebbe stato più semplice. Rimise il libro al suo posto e spense i neon prima di aprire la porta della stanza a fianco.
Nell’anticamera, spoglia ed illuminata spartanamente, c’era unicamente un lavello ad attivazione automatica, una mensola in metallo e molti asciugamani bianchi perfettamente piegati e ammucchiati sul ripiano. Sopra il lavabo c’era una finestra con vista sulla seconda metà della stanza. Due porte occupavano i lati opposti dell’anticamera, una dava sulla stanza con la finestra, l’altra, invece, portava verso l’uscita.
L’ambiente puzzava di disinfettante e di candeggina, la mancanza di finestre aveva creato una cappa irritante. Si tappò leggermente il naso prima di lavarsi accuratamente le mani, passando ossessivamente il sapone fino al gomito. Asciugandosi lentamente le mani, contò il numero di asciugamani presenti nel cesto dei panni sporchi e si fece un appunto mentale di fare una lavatrice alla prima occasione.
Gettò l’asciugamano nel cesto e, mani rivolte al cielo, accese la luce dell’altra stanza con il gomito. Il rumore ronzante dei neon andò a sommarsi al sottofondo musicale proveniente dallo studio che aveva appena lasciato.
Appena i passi risuonarono nel silenzio della stanza, i rumori ritornarono a farsi sentire. Insistenti.
<< Basta! Basta! Silenzio>>
L’urlo velenoso sortì immediatamente l’effetto voluto. Un silenzio di tomba, come una coltre di panno scuro, scese nella stanza.
Sul tavolo nel centro della stanza c’era un grande lenzuolo verde, alzato dove c’era la testa, così da creare una divisione fra la parte superiore e quella inferiore. Il profilo di un uomo inerte appariva sotto il telo della sala operatoria e l’unico rumore che si sentiva era il bip del monitor per la frequenza cardiaca ed il leggero soffio del respiratore automatico. Avvicinandosi al tavolo, concentrò il suo interesse sulle flebo. Vide che una era troppo lenta rispetto alle previsioni. Con l’unghia della mano destra picchiettò gentilmente sulla flebo, guardando il liquido trasparente oscillare. La soluzione fisiologica stava per finire e incominciò a riversare il suo contenuto nella camera di gocciolamento.
“Dannazione, è quasi finita”.
Scostò la parte superiore del telo verde per controllare l’uomo. Lo degnò di un’occhiata preoccupata e mise due dita sulla pelle biancastra sentendo un calore innaturale sulla pelle. Febbre! Il pallore, con una tendenza al giallognolo, dell’uomo disteso sul tavolo era preoccupante. Asciugò distrattamente il leggero filo di sudore sulla fronte della persona. Guardò la grande cucitura sul petto, vedendola rossa e leggermente gonfia.
“Meglio procedere ad un’altro ciclo di antibiotici; sta incominciando ad infettarsi, ‘sto stronzo” si disse dirigendosi immediatamente verso uno scaffale in metallo. Prese una flebo di antibiotici ad ampio spettro e lo mise sul supporto, inserendo l’ago nel braccio dell’uomo. Ci mise qualche secondo, il braccio era completamente devastato da buchi e suture, ma poi trovò una vena disponibile e lo infilò.
Cercando la vena, notò che le punte delle dita stavano diventando bluastre. L’indice aveva già una sfumatura nerastra.
“Devo nuovamente aprire il braccio. Non c’è abbastanza sangue che arriva alle dita e stanno andando in necrosi”.
Controllò rapidamente la grande cicatrice che segnava una netta divisione fra il bicipite e la spalla. L’evidente frastagliatura della cicatrice era anch’essa rossa e gonfia. Il tessuto del braccio, di un colore bianco pallido, contrastava con il rosa tenue della spalla. Emise un fischio a labbra strette. Passando le dita sulla cicatrice sentì che era calda. Con una garza sterile e dell’alcool disinfettò un accenno di pus che usciva da un punto.
Tirò fuori il taccuino e ricontrollò nuovamente gli appunti presi. Cancellò delle note e ne riscrisse qualcuna a fianco e se lo rimise in tasca. Sarebbe stato un lungo weekend, questo era sicuro.
Coprì nuovamente il corpo con il telo, per mantenerlo al caldo, e si diresse verso una porta in metallo sul fondo della stanza.
Aprì con forza la pesante porta in metallo e il tanfo che ne uscì fu un pugno in piena faccia. Un misto purulento di feci, piscio, vomito, sangue rappreso ed il dolciastro odore della putrefazione. Quattro persone erano sedute per terra, con le braccia tenute in alto da delle catene. Uno di questi, legato con una sola mano, giaceva esanime, con la testa in avanti ed un filo di vomito secco raggrumato fra l’incavo della spalla sana ed il petto. Le altre tre persone si smossero leggermente quando percepirono l’entrata di una persona nella stanza. Ad un esame più attento si poteva notare che avevano le palpebre cucite e potevano unicamente orientarsi con il rumore. Nell’ombra si avvicinò al tipo svenuto e gli si accucciò davanti, studiandolo attentamente. Gli prese i capelli e gli strattonò la testa, senza ricevere nessuna resistenza. La mascella si aprì, lasciando scoperti l’arcata dentale inferiore. Lasciò andare la testa e tastò il moncherino dove prima c’era il braccio sinistro. Il tessuto cedeva, malamente rammendato e di un colore indefinibile. Avvicinò lentamente il naso all’arto, sentendo il tipico odore di decomposizione.
Vide i connettori di due lorde flebo pendere tristemente lungo il muro. Aveva dimenticato di attaccarlo al nutrimento e agli antibiotici.
<< Cazzo, cazzo, cazzo! Le flebo! Cazzo!>>
Si voltò rabbiosamente verso i tre uomini legati per controllare se aveva dimenticato di rimettere a posto anche gli altri. Tutti erano attaccati alle rispettive flebo. Tirò un sospiro di sollievo.
Tastò il collo del monco per sentirne il polso, ma non c’era nessun battito. Era morto. Si alzò per staccarlo dalla catena, ma perse l’equilibrio su una pozza di viscidume e si aggrappò al braccio del morto. La pelle del braccio, marcescente e tagliata dallo sfregamento con la manetta di metallo, scese lungo l’avambraccio come una camicia arrotolata, lasciando allo scoperto la nuda carne.
Guardò asetticamente l’uomo prima di staccarlo brutalmente dal muro e lasciarlo scivolare sul pavimento.
“Adesso mi tocca anche pulire, cazzo”
Prese l’uomo per la gamba e se lo tirò appresso fino ad una piccola stanzetta chiusa ermeticamente. Aprì la porta, da cui uscì un freddo intenso che, a contatto con il caldo umido della stanza, diventò subito un etereo sbuffo di vapore. La camera frigo conteneva alcuni corpi congelati, accatastati scompostamente sul pavimento. Trascinò pesantemente il monco al suo interno, chiudendosi velocemente il freddo e la porta alle spalle.
<< Domani facciamo un barbecue, ok ragazzi?” Le parole uscirono secche, senza nessuna punta della levità che la frase implicava. Il silenzio fu l’unica risposta.
“Bene, diamoci da fare, abbiamo cazzeggiato anche troppo”. Rilesse brevemente un appunto sul taccuino, guardando alternativamente le persone nella stanza.
Fischiettando Rotting Head, si avvicinò sorridendo al primo dei tre uomini attaccati al muro.

To Be Continued…

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14 Replies to “Meat – Human Replacement”

    1. Grazie mille! In realtà sono racconti “a puntate” unicamente per questioni di spazio e leggibilità. Secondo me dopo le 1.000 – 1.500 parole uno si incomincia ad “abboffare la uallera” di leggere un testo. Io cerco di dividerlo, così da renderlo un pochino meno pesante. Tutto qua. A parte i Diary of a dead man (che è a puntate) e Swinin’ Bullets (che è un racconto lungo a capitoli).
      Mi son perso? Ok, ti ringrazio di nuovo per i complimenti! 🙂

      1. Avevo capito! Stavo cercando di spiegare come mai dividevo a capitoli certe storie!
        Noooooo, la cacciuccata noooooooo!!! Dio, che invidia. Il tacchino mi sta guardando sconsolato, ma penso sia il riflesso della mia faccia… ahahahah

  1. ola,
    1. chris barnes ( non esiste l emoticon cuore? 🙂 )
    2.uomo cattivo.
    3.gente reclusa in attesa di brutta fine.
    spacca il culo davvero!!
    bravissimissimo
    T.

    1. Ola.
      1. non farlo, sei già un’emo… figurati se ti metti anche a scrivere le cose con i cuoricini e via dicendo.
      2. io sono una brutta persona.
      3. Sono deviato, lo so. Attendiamo che il divino mi mandi in testa il proseguio e poi sono felice ahahahah.
      Grazie mille! 😉
      Zeus

Si!?

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