Diary of a dead man #3


Sono rimasto un paio d’ore rinchiuso in quella stanza, cercando di capire cosa fare e dove andare.
La stanza è scura, le finestre erano state sbarrate alla meglio con delle assi, e l’odore di chiuso si mescola con quello di fumo proveniente da un recente incendio. Non ho visto molti mobili intatti, come se l’arredamento fosse stato utilizzato come barriera di protezione e, infine, come grande falò. Le stanzette su cui si affacciava il complesso primario (un magazzino o un appartamento povero) erano completamente spoglie, a parte le carcasse di metallo dei letti e qualche utensile sparso. Niente di utile, comunque. Di cibo o armi non c’era neanche l’ombra.
Alla fine mi sono deciso, restare ancora in quelle mura significava seppellirmi vivo e aspettare, paziente, che gli zombie fiutassero qualcosa. Dovevo muovermi, andare a trovare un posto più sicuro. Quello che mi frenava era solo paura. Una paura enorme di non farcela. Di cadere nel panico appena avessi messo fuori la testa e provato a raggiungere quella viuzza che ho battezzato come via di fuga.
Ho fatto appello a tutte le mie forze, cercando di smuovermi dal torpore e dalla falsa sicurezza che quella casa mi stava dando. Scuotendomi di dosso la fatica che mi mordeva le membra e sforzandomi di dimenticare la fame e gli zombie la fuori.
Silenziosamente mi sono messo a scrutare fuori dalle feritoie formate dalle assi, cercando di capire quanto dovevo rimanere senza protezione. Ad un primo sguardo ho calcolato circa un duecento metri di strada, fortunatamente senza grandi ingombri. Con un po’ di fortuna avrei raggiunto l’altro complesso residenziale e mi sarei infilato in qualche buco sicuro. Quello che mi ha colpito, però, è stata una scala anti-incendio che pendeva dal primo edificio. Poteva essere un validissimo pass per la salvezza.
Non mi rimaneva che la parte difficile: correre.
Il sole era ancora abbastanza alto (non saranno state più delle quattro, cinque del pomeriggio in base ai miei calcoli), ma sentivo freddo. Ero madido ed il sudore appiccicava i vestiti al mio corpo, lasciandomi intirizzito. Questa è paura. Un dannato terrore mi bloccava il fiato.
Alla fine mi sono accucciato sui calcagni, inspirando l’aria nei polmoni e cercando di stabilizzare il battito cardiaco impazzito. Un attacco di panico mentre correvo non era una opzione tollerabile in nessun caso. Un cedimento significava essere preso e morire. Anzi, peggio che morire.
Ho chiuso gli occhi per quello che mi è sembrato un istante, muovendo leggermente le labbra in una pagana preghiera: “Fammi arrivare dall’altra parte. Lasciami vedere il giorno dopo…” e così via. Solo allora mi sono alzato, di scatto, e mi sono diretto alla porta.
Nonostante il training, la paura era feroce e pompava ostinatamente acido da batteria nelle mie vene. Il cuore batteva come un tamburo nel mio petto, sempre più forte, sempre più insistente. Ho atteso un paio di secondi respirando ampie boccate di aria malsana prima di uscire, levando cautamente le assi a protezione dalla porta. Ho girato il pomello e nello stesso identico istante ho incominciato a correre verso la viottola laterale.
La corsa, dapprima stentata, è diventata via via più fluida con il procedere dello sforzo, consentendomi un buon vantaggio. Il silenzio esterno, però, ha amplificato il rumore dei passi sull’asfalto ed il tintinnio delle fibbie di metallo, richiamando l’attenzione di diversi zombie. I non-morti si sono girati lentamente, come presi di sorpresa, guardandomi in maniera bovina. Il passaggio successivo è stato semplice: diversi di quei maledetti hanno incominciato a dirigersi verso di me.
Meno centocinquanta metri.
Dopo cinquanta metri avevo ancora una falcata ampia, non risentendo minimamente di stanchezza e denutrizione. L’adrenalina (e la paura) pompavano carburante nelle vene e nei muscoli, facendomi volare sugli ostacoli. La strada, alla prova dei fatti, non era così sgombera di rifiuti e detriti, ma con qualche fondamento di atletica sono riuscito ad evitarli senza rallentare più di tanto. Il vero problema era il fatto che sempre più zombie si stavano muovendo nella mia direzione, grugnendo in maniera animale.
Meno cento metri al viottolo.
Toccati i cento metri di scatto, il fiato ha incominciato a calare paurosamente. Ogni falcata era più contratta e la velocità sempre inferiore. Ma dove non poteva arrivare l’allenamento, arrivava il terrore cieco. Così ho continuato a correre, focalizzandomi sul traguardo. Diverse volte ho sentito spettrali dita toccarmi la giacca, le sentivo grattare e sondare. Ma era solo frutto della mia immaginazione. Gli zombie più vicini erano a diverse decine di metri di distanza, ma in lento inesorabile avvicinamento.
Meno quaranta metri.
Il viottolo era a poco meno di quaranta metri quando, al culmine dello sforzo, ho gridato. Disperatamente. Le lacrime hanno invaso i miei occhi, riflettendo il sole e rendendomi difficile vedere. Proprio allora sono inciampato, scivolando su una lattina di Soda schiacciata e resa viscida dalle intemperie. Fortunatamente lo slancio mi ha sostenuto, facendomi barcollare pericolosamente e perdendo un po’ del vantaggio accumulato, ma non sono caduto. Un ultimo sforzo, un colpo di reni all’ultimo secondo mi ha spinto verso la scaletta, proprio mentre gli zombie più vicini stavano guadagnando pericolosamente terreno nei miei confronti. Il fetore nauseabondo dei loro corpi decadenti e marci insozzava l’aria, rendendola irrespirabile. Un odore dolciastro che si propagava da questi corpi morti da chissà quanti giorni.
Ho afferrato la scala metallica come un naufrago si aggrappa alla ciambella di salvataggio. Quello che ho ricevuto in cambio, però, non è stata la prospettiva della salvezza, ma solo lo stridente rumore del metallo che cede e, infine, cade nella via. In quel momento qualcosa, in me, morì.
Stremato dalla fatica e madido di sudore mi sono girato verso gli zombie, guardando sconsolato il gruppo in rapido avvicinamento. Non volevo morire, ma sembrava che il destino avesse un altro piano per me. Completamente diverso. Con un respiro profondo, affannoso, ho rincominciato a correre dentro la via, cercando di mettere più metri possibile fra me e l’orda. Non ho visto niente per diversi metri, ero concentrato esclusivamente a scappare. In una via laterale sulla destra, la seconda o terza non ricordo, ho visto una figura accovacciata a terra che ha attirato la mia attenzione. Mi sono fermato qualche metro più avanti della figura, cercando di aspirare avidamente tutto l’ossigeno possibile. Senza pensare, la mia mano è andata all’imbragatura che teneva la mazza da baseball. Più che usarla per combattere, la tenevo come sostegno, una stampella per il mio fisico debilitato. Ma appena mi avrebbero attaccato, avrei venduto cara la pelle.
Lo sguardo spaziava fra la figura nel viottolo laterale e la mandria di zombie. Avanti ed indietro. Per un puro gioco di specchi, alcuni raggi di sole hanno illuminato la figura accovacciata, rivelando che non era altro che una bambina. Viva. Mi ha visto quasi subito e cautamente ha cercato di alzarsi, mettendo un ginocchio a terra, per venire nella mia direzione. Aveva due piccole trecce che le scendevano lungo le spalle e qualcosa in mano. Ai suoi piedi c’erano decine di cadaveri, oscenamente scomposti in un surreale quadro astratto. Cosa ci faceva una bambina in un posto così?
Gli zombie, intanto, si erano fermati fiutando la nuova preda. Un rantolo osceno uscì dalle loro labbra. Fu in quell’esatto momento che sentii un fischio alle mie spalle. Con la coda dell’occhio ho visto una persona che cercava di richiamare la mia attenzione sventolando un’arma. Sentivo poco di quello che stava gridando: “…o….ri… ua”, ma sembrava chiamarmi verso di lui.
Ma ero bloccato. Ipnotizzato dal tentativo della bambina di correre via, di salvarsi. La paura e l’asfalto viscido dal sangue, però, l’hanno tradita subito e, in maniera buffa, è caduta nuovamente in terra. Un singolo, fanciullesco, grido è fuoriuscito dalla sua gola strozzata.
I non-morti hanno incominciato a muoversi, lentamente, inesorabilmente verso di lei, ma diversi hanno optato per pasteggiare con le mie carni. Gelandomi il sangue in corpo.

Cosa potevo fare? Salvarmi e seguire il tipo con il fucile e condannare la bambina ad una fine orribile o correre in suo soccorso?
Ma c’è una terza scelta…

Cosa farà il nostro protagonista? Che scelta compirà? Fuggirà nuovamente o salverà la bambina?
Non c’è una scelta giusta o sbagliata. Solo una scelta.
A voi la parola:

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5 Replies to “Diary of a dead man #3”

    1. Ehehe… non c’è scelta giusta o sbagliata sai? 😀 in fin dei conti sono opzioni “umane” (nel mio modo di concepire la storia)… appena vedo un risultato quasi definitivo, incomincio a dirigere la storia in quella direzione.

      Grazie mille per aver letto, veramente! Sono onorato 🙂

Si!?

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