Live On Two Legs

Lo ammetto, oggi questo titolo è fuorviante. Cioè, non è fuorviante nel senso proprio del termine, visto che l’argomento che tratto è proprio questo; ma è il fatto che sue due gambe, oggi, proprio non sono. Proseguendo con la sequela di tranquilla sfiga che mi attanaglia le terga, oggi zoppico come Gambadilegno e sono veloce come Igor di Frankenstein Jr. In più ho un male che mi spezza la voglia di sorridere. Questo è quanto. Punto e a capo.
Non voglio parlare di questo, non oggi, non adesso. Quello che mi passa per il cervello è un argomento più variegato e che, finalmente, ridona un bel manto di luce e significato al nome di questo blog: la musica. Per la precisione, la musica dal vivo.
Dove si può vedere se un musicista è valido, capace e passionale? Qual’è il vero banco di prova? Il concerto. Il live.
Intendiamoci, se un musicista vale lo senti anche su Cd, logico. Ma il progresso tecnologico ha fatto si che il livello medio di produzione del disco sia aumentato in maniera esponenziale. Praticamente tutti possono registrare un disco di buona qualità, non dalle caratteristiche tipiche del “demo”, con prestazioni vocali levigate (e qua lo intendo nel senso ampio del termine: siano esse operistiche, clean, scream o growl) ed un suono decente. Quello che invece non viene modificato, neanche sommando tutti i programmi di ritocco vocale, musicale e via dicendo, è che se sei una capra, rimani una capra. Non c’è via di scampo. Possono metterti tutti i filtri vocali che vuoi, ma se il meglio che esce dal tuo cervello è qualcosa di simile a “voglio tre parole, sole cuore e amore”, allora probabilmente la via del suicidio del tuo cervello è già ampiamente riuscita. Non sto criticando chi ascolta artisti che fanno questa musica qua, ci mancherebbe – ognuno è libero di sbagliare (ahahahah – nota arrogante – ahahaha), io critico l’artista in sé. Quello che poi fa vedere di che pasta è fatto, è quando sale sul palco e invece che cantare divinamente come ti induce a credere il cd, canta come un lavandino ingorgato mentre suonano pop. Un cesso. In quel momento i tuoi sudatissimi 20-30-40 euro sono finiti bellamente nel cesso e tu non puoi farci niente. Ti fai piacere lo show e zitto. Se no, oltre al danno, hai anche la beffa da parte dei tuoi amici/amiche che ti diranno: “te l’avevo detto io che è un cane a cantare”, “lo sapevo io che la band non suona ma è un cesso”. Guerre mondiali sono nate per motivi meno gravi.
Al che possiamo dedurre che, per essere un musicista completo, la dimensione live è fondamentale. Un requisito importante per donare credibilità alla tua produzione in studio. Ci sono delle eccezioni mirabili, logicamente. Alcuni dischi sono così complessi, così articolati, da non permettere minimamente la riproposizione in sede live senza snaturarne l’efficacia. In queste situazioni non possiamo che applaudire il musicista in studio e concentrarci sulla resa di altri pezzi in sede di concerto.
Per tutti gli altri, il momento fatidico della salita sulle assi del palco, l’accensione dell’amplificatore e il “un-due prova, un-due prova” (per quelli meno conosciuti ed esperti, per le superstar ci pensano i roadie a questa parte, ricevendosi, in diversi casi, molti più applausi del musicista vero e proprio…) è la miccia che scatena la bestia rock che è stata nascosta e ingabbiata nei solchi digitali del Cd. Su disco l’esplosività, il groove fisico (non solo quello uditivo), il “tiro” della band, il coinvolgimento sono mitigati, non riproposti in tutto il loro splendore di carnalità e, per un certo tipo di musica, di sensualità. Sul palco queste caratteristiche prendono il sopravvento, battendo completamente ai punti la pulizia sonora (seppur certe band siano mirabili in entrambi i settori) e la mera fredda tecnica.
Il perfetto incastro musicale può essere leggermente fuori fuoco, opacizzato dall’euforia sonora e dall’aggressione fisica (che sia un genere o l’altro, dal vivo il musicista ha un “conto da regolare” con il proprio strumento), ma questo “problema” è quel quid che fornisce calore, impatto, spessore a certe performance. Sai che, grazie a qualche imperfezione naturale e fisiologica, stai assistendo ad un evento irripetibile. Non c’è backup, non c’è overdub e, men che meno, un Cd in sottofondo che permette il playback. Tu sei al centro dell’evento stesso. Il musicista canta per te e la stanza, spiazzo, sala.. vibra con te. Sei un tutt’uno con il groove e l’emozione che un concerto fornisce.
Penso che sia questo quello che regala una band dal vivo: emozioni a palate. La capacità di prenderti, sradicarti dal terreno e farti dimenticare per una-due o tre ore (se sei Springsteen eheh) le miserie quotidiane e regalarti un sorriso, naturale e inaspettato.
La grandezza di una band sta in questo, in pochissime e semplici cose: sincerità, passione, dedizione e tanto amore per la musica. Mancando una di queste componenti, si assiste ad un ottimo evento, ma non c’è il retrogusto di momento indimenticabile che si registra nel cervello.

E come per magia, ecco che appare una band che ha fatto della fisicità, dell’emozione, della passione e dedizione un proprio marchio di fabbrica. Per questo mi sento di consigliare solo una cosa, rilassarsi e ascoltarseli. Almeno, per quei pochi minuti, è il resto del mondo che ci guarda dalla finestra.

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20 Replies to “Live On Two Legs”

  1. Complimenti, ottima disamina. Il cd, tra l’altro, tra tutti i tipi di supporti, è quello che ha più un che di posticcio (tralasciando gli aggiustamenti in fase di mixaggio e registrazione) e, quindi, finisce che la vera essenza del cantato non possa venir colta.

    Un in bocca al lupo antisfiga!

    1. Crepi il lupo, quest’anno è veramente tormentato. Un “goccia dopo goccia…”. Vabbeh, finirà anche il 2013 no?

      Ti ringrazio molto per il commento! Il Cd è un formato particolare. Riesce a trasmettere perfettamente quello che viene impresso in sala di registrazione (e questo è fondamentale per qualche tipo di genere musicale – es. quelli iper-tecnici che necessitano come l’aria di un supporto estremamente pulito e chiaro) ma ha più “difficoltà” (seppur mitigate dall’uso sapiente della strumentazione) nel trasmettere un calore, un certo feeling.
      Non penso sia questione di “nostalgia” (l’epoca dei vinili l’ho vissuta poco, più quella delle cassette), ma una questione “di pelle”.

      1. Anche io del vinile ho un labile ricordo, più che altro mio padre quando ero piccolo che li ascoltava (e io che li rompevo…). Li ascolterebbe anche oggi, però il braccio del giradischi si ruppe anni fa ed è impossibile trovarne ricambi.

        Certo, farebbe prima a comprarne un altro, ma non ha mai voluto. Lo tiene lì in esposizione.

        Scusa la divagazione!

      2. Divagazione scusata e ben accolta!! 🙂 figurati.
        Sono le memorie, i ricordi che, spesso, fanno di una musica, di un genere, di un’epoca musicale quella che è. Sembra un controsenso, ma in realtà è così. Spesso e volentieri si fornisce un mentale voto più alto ad un genere, gruppo unicamente perché proviene da un certo periodo in cui si hanno ricordi decenti. Poi che il valore sia alto è un’altra cosa. Ma è legato alla tua memoria a doppio filo.

        Anche io a casa avevo un giradischi… ma non l’ho portato (insieme alla mie stupende casse e Hi-Fi) nella nuova abitazione. Troppo piccola e avrebbe causato rotture strutturali ahaha. Il giradischi ha su un metro e mezzo di polvere.

        Divagazione su divagazione! Avanti così!! 🙂

      3. Credo sia una regola generale della vita: ciò che si è vissuto più intensamente viene anche in qualche modo abbellito dalla mente (è provato che la memoria ci inganni, anche quando il cervello è sano); ciò varrà anche per la musica.

        ps: di divagazione in divagazione: oggi ho beccato il tuo avatar, per caso? Perché, quando ascolto musica youtube mi piace saltellare di video in video tramite i suggerimenti. Beh, ho beccato questi

        😀

        (perdona se sono andato fuori tema)

      4. Eheh.. esattamente, più passa il tempo e più il cervello tende a “mitizzare” una certa esperienza. Se questo capita con le “avventure” di tutti i giorni, perché non può accadere anche con la musica?! 🙂 Ecco, se hai vissuto un’epoca, allora tenderai (a meno che non sia stata fallimentare anche per te.. ma comunque avrai un’occhio di riguardo) ad amarla maggiormente.

        ps: ehehe… vedi un pò! 🙂 si, i Down sono il mio gruppo preferito (almeno, uno dei tanti). Volevo prendere un’altra immagine, quella del primo disco, ma ho pensato che poteva dare un’impressione un pochino distorta (o troppo reale)… eheheh. Per questo ho preso la copertina di questo disco… che non è il mio preferito, ma è evocativa.
        Se vuoi ascoltare qualcosa, vai su Down – Nola (il disco) e su Down II (sempre il disco). Sono speciali 🙂

  2. La vera essenza dei brani registrati in studio si ha nel Lp o disco in vinile come lo si voglia chiamare, il cd è più pratico e maneggevole ma la perfezione al livello di suono del vinile non la supera nessuno. E poi c’è anche da dire che anche i Cd ormai non vanno più di moda visto che con il progresso tecnologico molta gente scarica musica pirata su internet. Ora mi spiego perchè Michael Jackson ha venduto più di 100 milioni di copie di Thriller, internet ancora non c’era se ci fosse stato internet ne avrebbe venduto la metà o anche meno. Comunque sono andato fuori tema, i Pearl Jam perfetti impeccabili come sempre supportati da un Eddie Vedder sempre in forma e pimpante come sempre.

    1. Sinceramente non sei fuori tema, questo articolo/sfogo è proprio incentrato su questo argomento. Secondo me la perfezione del sonoro si è raggiunta con il Cd, perfezione come definizione, pulizia etc del suono. Il vinile, invece, ha la capacità di trasferire molte più emozioni grazie alla “sporcizia” che lo costituisce. La “sporcizia” è data dai solchi, dalla modalità analogica (diversa da quella digitale), dal feeling (anche emozionale) che il vinile fornisce.
      Il progresso tecnologico ha stroncato le gambe, come hai detto giustamente, sia ai vinili (che, però, stanno lentamente ritornando) sia ai Cd. L’mp3 è un formato molto pratico, veloce, forse incompleto (riesce ad essere ancora più asettico del Cd, visto che, ancor più del Cd, elimina tutta la sporcizia di background/tutti i suoni non udibili ma che fanno la “corposità” della musica). Praticamente l’mp3 è diventato il fast-food della nuova generazione, producendo ingordigia e rapida dimenticanza.

      Per quanto riguarda i PJ, a questo festival erano veramente spettacolari. Ho visto un video. Pompati e “in palla”.

      1. Mi è piaciuta il tuo accostamento tra mp3 e fast-food. Comunque si credo di averlo visto quel concerto, Vedder si è trattenuto ma la voglia di saltare in braccio al pubblico era tanta.

      2. Ma è così. Con l’aumento della disponibilità è aumentata la fame, incontrollata, quasi chimica. Il problema è che fornisce la stessa sensazione del fast-food. Ti riempie per un attimo, ma poi sei vuoto, perché non l’hai assaporata a dovere quella pietanza. Ti sei ingozzato, ma non hai scoperto tutte le parti che lo compongono. Le cassette, ai suoi tempi, le consumavo letteralmente… e conoscevo i singoli passaggi.

        Si, concerto spettacolare. E poi, a quel tempo, Eddie aveva ancora la mania di salire su qualunque cosa fosse pericolosa eeheheh

      3. Condivido a pieno, quel senso di vuoto lo sento anc’io quando ascolto la musica al computer mentre il vinile mi fornisce quell’emozione, quel brivido che mi piace sentire.
        Adesso Eddie purtroppo non può più farlo perchè l’età si fa sentire.

      4. Io, per questioni legate allo spazio (di casa mia), sono costretto ad ascoltare musica su Pc, ho dovuto lasciare il mio impianto a casa dei miei… vedi te… eheh.

        Eh già, anche lui ha un certa età… mi basta che suoni e canti ancora da Dio… per il resto, no problema! 😉

Si!?

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