Diary of a dead man #1

Son passati ormai trecentodieci giorni da quando c’è stato il primo focolaio dell’infezione.
Ormai il cibo sta finendo e l’acqua ha le ore contate, non sono riuscito a recuperare di più l’altra mattina. Ci ho tentato, ma quattro cadaveri ambulanti hanno cercato di mettere fine alle mie sofferenze. Non riuscendoci.
Sto cercando di razionare anche la luce, quest’unica lampadina non ha vita eterna e meno ancora ce l’hanno quelle pile stilo che sono riuscito a rubare. Ma scrivere mi tiene compagnia, mi fa andare avanti a guardare il nuovo giorno. Anche perché a breve il mio ipod si spegnerà definitivamente. Lasciandomi nel silenzio assoluto di una città che inspira vita e rigurgita morte.
Tutto è iniziato inaspettatamente. Un primo caso, nella città vicino a questa, è sembrato semplicemente qualcosa di sbagliato. Un maledetto irriverente scherzo divino nei confronti dell’umanità. I medici l’hanno catalogato come improbabile, come errore dei paramedici, come scusate-ma-non-ci-siamo-accorti-che-il-cuore-stava-ancora-battendo.  E tutti noi ci abbiamo creduto, ci siamo fidati del tam-tam mediatico costante, battente, della radio, dei media, che ci dicevano: “Va tutto bene! Non sta succedendo niente! Continuate le vostre vite, ci siamo noi a proteggervi“. Dopo il decimo caso e, stando alle premesse, il decimo errore, la cosa è sembrata strana anche al più idiota di noi. Il panico non ci ha messo molto a serpeggiare, veloce e contagioso. Come uno sbadiglio. Il primo accenno di terrore nella gente, mi ricordo ancora chi era, una donna, sulla trentina, con i lunghi capelli castani che le cadevano sulle spalle e su una camicetta rosso fuoco, ha incominciato a cedere, incrinarsi fisicamente e psicologicamente, finché non è scoppiata in un belluino urlo di paura e delirio; dicevo, il primo accenno di panico nella gente è stato devastante. Quasi peggio dell’epidemia in sé. Un disagio collettivo ed una mattanza generalizzata. Nei primi momenti a seguito del panico sono morte più persone di quelle che ci hanno lasciato le penne a causa degli zombie nelle giornate successive. Giravi per strada e vedevi corpi martoriati riversi sul marciapiede, teste staccate e pozze di sangue. Un disastro immane. Ed i furti, ricatti, stupri sono incominciati esattamente dopo.
La Guardia Nazionale ha cercato di fermare l’onda umana, bloccandola a suon di proiettili ed esplosioni, ma per cinque, dieci che ne morivano, altrettanti e molti più si presentavo nello stesso posto. Lo sguardo assente, un urlo mozzato in bocca. Incapaci di intendere e di volere, capaci unicamente di scappare e cercare di salvarsi.
In questo momento, credetemi, i morti causati dall’epidemia si potevano contare ancora nell’ordine delle centinaia… i morti causati dagli spari, dalla Guardia Nazionale, dal furore e paura superavano tranquillamente le migliaia di unità e non accennava a fermarsi. I vivi uccidevano al doppio della velocità con cui i non-morti riuscivano a sbranare il potenziale candidato allo zombie.
I media continuavano a ripetere: Non preoccupatevi. State tranquilli. Se presentate questi sintomi xxx, xxx, xxx.. andate al primo centro di prevenzione e ci prenderemo cura di voi. Ripeto: state tranquilli. 
Io so che il panico e la fuga non sono la soluzione migliore. Dio se lo so. Solo che, avendo visto portare una persona con i suddetti sintomi al centro di prevenzione e sapendo che il risultato è stato comunque la morte innaturale, vi posso assicurare che la mia sopravvivenza è stata il mio primo pensiero.  E bando alla gentilezza e fratellanza.
Pochi giorni dopo, però, il panico ha incominciato a scemare. Non naturalmente, ovvio. Ma proprio perché il numero di morti sbranati è aumentato sensibilmente, causando un sempre più alto numero di esseri sbavanti e decerebrati in giro per la città. L’improvvisa calma è stata data dalla mancanza di parole, non dalla mancanza di pericolo.
Girare di notte, o di giorno, se per questo, è diventato sempre più pericoloso. Ogni movimento era un potenziale zombie che veniva a mangiarti vivo. I branchi erano sempre più numerosi e le persone sane sempre meno. In gruppi sempre più risicati e intenzionati a salvarsi meglio che potevano.
I mezzi scarseggiavano, anche perché molti avevano ascoltato le trasmissioni radio, si erano fidati dei media che intimavano la calma, arrivando troppo tardi a capire che non erano nient’altro che discorsi pre-registrati. Un disco. E questo ha colto molti uomini e donne impreparati. Senza armi o cibo&acqua. Senza un riparo decente.
Alcuni avevano pensato a campeggiare (!) venendo sbranati in pochissimi secondi e andando a rinforzare le fila degli zombie. Altri si sono cercati un posto di fortuna ovunque si presentassero quattro mura di mattoni e qualcosa di simile ad un riparo resistente. Questi sono stati più fortunati. Ma hanno capito ben presto che il loro destino era segnato.
La guerra di trincea, contro degli zombie, non è stata una delle tattiche belliche meglio riuscite. Loro non soffrono la fame, cioè, non come noi. Vanno in uno pseudo-letargo, una sorta di sonnambulismo minaccioso, sbavante e altamente pericoloso. L’umano rinchiuso e barricato in una casa senza via di uscite… beh, avete capito no?
I più fortunati, preparati, scaltri sono fuggiti immediatamente verso la libertà, verso qualche luogo all’aperto. Le case in centro si sono rapidamente svuotate, se non altro dai vivi. Le case in campagna, invece, hanno trovato un rapido aumento di popolazione. Un micro-universo, una città-stato in una casa. Organizzata al 100% come uno Stato, ma senza la burocrazia e menzogna che aveva contraddistinto la sovrastruttura statale. Una sorta di paradiso… se non fosse che fuori, a portata di binocolo, si vedevano camminare i non-morti.
Ma adesso devo smettere, questa piccola luce che mi aiuta a scrivere è anche un faro nel buio. Mi rintracceranno. Vorranno mangiarmi ma io, sinceramente, vorrei restare vivo ancora un pochino.
Alla prossima… se ci sarà.

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12 pensieri su “Diary of a dead man #1

  1. Interessante inizio 🙂 io eviterei le parentesi però, spezzano troppo le frasi e sono in generale sconsigliate per la narrativa. Nella prima stesura tendo a usarne un sacco anche io, ma è perché ne uso tanti anche parlando ahahah, ma in linea di massima anche gli avverbi andrebbero ridotti al minimissimo indispensabile

    Oh, caro Zeus, tu m’hai provocata e io me te commento! (cit adattata)

    1. Grazie mille! 🙂 soprattutto per le critiche che sono costruttive. Si, io parlando apro venticinquemila parentesi e le riporto nello scritto… grazie per l’avvertimento, farò del mio meglio per eliminarle.
      Per quanto riguarda gli avverbi… oddio… si… ne uso tanti… 😀 e grazie per il consiglio, anche questo è super-prezioso e dai prossimi cercherò di migliorarmi! 🙂
      Gentilissima veramente. E tu commenta, più spietata, più meglio (cit. adattata dall’inglese ahah).

  2. Sto recuperando doc!
    Leggendo mi è venuto in mente Cell di King e Cecità di Saramago, anche se le trame sicuramente son diverse, soprattutto in Cecità, ma ho provato la stessa sensazione. Non ho mai visto the walking dead, ma sei già la terza persona che ne parla e mi sa che dovrei dargli un’occhiata.
    bello leggerti anche in questa versione. 🙂

    1. Troppo gentile veramente!! 🙂
      Non ho mai letto né Cell di King né Cecità! 😀 ahahah… perciò direi che, al momento, è tutto frutto della mia testa bacata! 😛
      Comunque grazie per i complimenti. Mi sto divertendo a portare avanti tre racconti: Diary of a dead man, Swingin’ Bullets e Il Killer Innamorato 🙂
      Comunque The Walking Dead e 28 giorni/settimane dopo sono sicuramente fari all’orizzonte per il sottoscritto!

      1. Cecità di Saramago merita molto..
        Comunque mi piace l’idea di questa storia apocalittica a puntate!
        Gli altri due ancora non li ho letti, ma tra poco colmerò le mie lacune doc!

      2. Penso che un giorno dovrò farmi una lista immensa di libri da leggere O.o Provo a googelarlo e vediamo se cosa ne dicono su Amazon (dicasi: prezzo).
        Si, mi sembrava molto “agile”, qualcosa che mi permettesse di andare avanti con una storia lunga e coinvolgere il lettore.
        Ti ringrazio in anticipo per andare sugli altri racconti 🙂 sono generi completamente diversi (uno è un racconto gangster anni ’20 ed il secondo, come me l’hanno definito, un noir).

  3. Con generi diversi di sicuro non ci si annoia! per quanto riguarda i libri, non dirlo a me, son sempre ad aggiornare liste, come disse Troisi: il problema è che loro son tanti (gli scrittori), mentre io sono uno solo! 🙂

      1. Si, questa è l’idea. Coinvolgere il lettore, responsabilizzarlo nella scelta! 🙂 almeno non si può dire “come mai è andato la!!! Doveva scappare” eheheh… l’avete voluto voi (per esempio).

Si!?

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