A Celebration for the Death of Man…

Non c’è momento nella giornata in cui non provo una sottile vena di fastidio per la vita.
Quella leggera nausea esistenziale per cui, sia chiaro, non potrei far altro che sedermi e guardare le anatre nel parco.
Mi piacerebbe farlo oggi. Veramente. Alzarmi dal letto, muovere le ossa del mio corpo comandandole come un bizzoso burattinaio muove la sua marionetta e dirigermi verso l’aria aperta, ma è difficile oggigiorno. Vago con lo sguardo per la stanzetta e cerco, non trovando, nell’ordine: i calzini, i pantaloni, la camicia, il cappello fino ad arrivare alle chiavi. Un tempo mi potevo ricordare tutto, adesso ho difficoltà a contare fino a dieci senza perdermi guardando una farfalla volare. E i colori erano decisamente più definiti quando ero giovane, senza questo fastidiosissimo alone luminoso intorno, come se avessero acceso improvvisamente una luce di scena: “Apri tutto!”. Ma quanto è bella quella Maniola Jurtina? Non la vedevo dal lontano… Ah, i calzini. In guerra i calzini li avevo sempre bagnati. Sempre. Li lasciavo ad asciugare al sole, quel poco sole che c’era fra un grappolo di bombe e l’altro. Ed il cameratismo. E le lettere dal fronte unte di rancio e fango. Non trovavo mai i calzini quando li cercavo. Lo zaino era sempre sparso nella tana, in fondo, non riuscivo a portarlo dietro per la paura di incastrarmi nel filo spinato quando correvo all’attacco. Alla sinistra del Signor Tenente e alla destra la Caterina, come avevamo soprannominato la nostra mitraglia. A quei tempi ero veloce. Non più veloce delle pallottole, visto che mi hanno colpito un paio di volte. Ma era bello perché mi permetteva di restare in seconda linea. In infermeria. Al coperto, dove non sentivo il freddo e c’era quell’infermiera loquace che passava a darmi il brodo di pollo. Un vero brodo di pollo. Quello che facevo a casa. A casa mia, come adesso (ma dove mi trovo?), che guardo fuori dalla finestra e c’è questo freddo sole d’inverno. Un occhio liquido di luce che bagna la terra.  Ma guarda i pantaloni e la camicia dove si sono cacciati! Si nascondono dentro l’armadio. Ma chi ha messo a posto tutto? Sono stanco di dover prendere e spostare le cose. Ho corso tutta la vita per poter dormire su un letto e adesso ho un letto ma non più la voglia di correre. Avevo un lavoro alla fabbrica, non era difficile, quello no (non avevo studiato molto), ma era ripetitivo. Era sicuro, soprattutto per me che ero rientrato dalla Guerra con tante ferite nell’anima e poche cicatrici sulla pelle. E vi giuro che le prime bruciavano anche quando il tempo era bello. Il pantalone e la camicia erano un segno distintivo al tempo, si portavano nei giorni di festa, quando sapevo che potevo cambiarmi e andare nella società civile. Quella che mi aveva mandato al fronte, che mi aveva detto di combattere per un ideale mentre io volevo solo coltivare la mia terra. E guardare le anatre nello stagno. La Vanessa Atalanta, che volo perfetto.
Come quando ero in barca ed il mio cappello è volato via, lasciando dietro di sé la scia delle mie dita che cercavano di prenderlo al volo. Ed il sorriso della Lorella che mi guardava cercare di recuperarlo mi ha riempito il cuore. Una lama bianca di denti di perla racchiusa in un fodero di labbra rosse. Lo scrosciare della sua risata aveva il sapore delle cose buone, sincere. Sensazioni più che ricordi. Fugaci e intangibili, le tenevo strette con le mani della mente ma ormai non ce la faccio più, la presa è labile e la forza scema di giorno in giorno, finché non ci sono più riuscito. Sono scivolate fra le dita tutte le immagini ma non le emozioni.
Alla fine mi sono girato ed era tutto scomparso e non c’era più niente, non c’era più la Guerra e non c’era più il lavoro, la Lorella era andata via, portata lontano da un male incurabile.
Sapete una cosa? Vorrei raggiungerla. Andare dove c’è lei e cercare di recuperare il mio cappello nello stagno, girarmi verso di lei e rispondere al suo sorriso, tenendole la mano arrossata dal sole fra le mie indurite dal lavoro. E alzare gli occhi marinati nelle lacrime e capire che c’è tempo, che al domani seguirà un altro giorno e uno ancora.
Sapendo che questo aspettare non è una condanna.

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