Of Mountain And Sunburn

La questione è semplice: ci sono movimenti, nella vita, che non sei abituato a fare e farli causa un deciso dolore successivo.
Di cosa sto parlando? Niente di meno che andare in montagna. Mentre sorseggio una grande caraffa di acido lattico, mi sono sentito investito dalla motivazione necessaria per narrare qualcosa di diverso dal solito.
La nuca color aragosta di Fukushima è un sacrosanto promemoria sul raccontare l’assoluta verità della questione.
Quando pensate ad andare in montagna ci sono delle precauzioni classiche da prendere: vestiti adeguati, tanto da bere (disidratazione lungi da me), un paio di scarpe giuste (evitiamo le ballerine quando si va “su per i crozzi”, please?) e, per le persone che riflettono il sole/hanno la carnagione bianca, una crema solare potrebbe risolvere diversi problemi. Ovviamente non essendo l’A-Team, a me i piani ben riusciti non sono mai andati perfettamente a genio… questo significa avere dietro cose inutili (un K-way potrebbe essere un’ottima cosa, se non ci fossero 30 gradi all’ombra e qualcosa di simile alla fusione nucleare quando si è al sole) e dimenticarsi di portare nello zaino la crema.
Partenza da Naturns (per esigenze toponomastiche e storiche lo scrivo in tedesco) e presa la funivia Unterstell (vedasi sopra) fino alla stazione a monte, i due prodi avventurieri (il sottoscritto e P.) incominciano a guadagnarsi la pagnotta della giornata. Quota di partenza? 1.300m. Quota di arrivo? 2.060m, con veloce puntata sui 2.095.
La camminata è piacevolissima, per quanto leggermente pendente, la difficoltà non è alta (anzi!) e la leggera e costante fatica ti tiene concentrato sul terreno e su quanto di bello può offrire la montagna. Il sole, dal canto suo, non smette di battermi sulla schiena con la sua invincibile piccozza del dolore. Sbeffeggiandomi e costringendomi a dirigere il mio cappello della Guinness (anche in montagna bisogna avere un filo di stile) in posizione rapper americano sembrando un pirla di prima categoria. Non che ci sia stata la fila per fare la foto con il mona del villaggio, ma sapete che ci vuole un pò di dignità! Il terreno, dove non ci sono i masi di montagna, è brullo e gli alberi che vi nascono si aggrappano alla montagna e alle sue sorgenti, gocce d’acqua con tenacia eccezionale. In compenso ci sono notevoli quantità di lamponi e fragole selvatiche.
Il passo giovanile e ampio lascia ben presto spazio a quello da vero montanaro, calmo, costante, lento… non è vero, il passo giovanile è diventato lento e corto perché il respiro non ci stava dietro ed il mio cervello ha mandato un reminder al corpo che non è Superman. Detto questo, un morso al Kaminwurzen (una salsiccia affumicata tipica dell’Alto Adige, per chi non la conoscesse), un sorso d’acqua e sono nuovamente in pista.
Ammetto che ad un certo punto non ne avevo più, tipo la macchina quando va in riserva. Vedevo la lancetta del carburante pericolosamente sul versante giallo e questo non è una grande cosa, perciò le pause (abilmente dissimulate dietro improvviso interesse verso fantastici steli d’erba) sono aumentate di numero. Quando tutto era in salita, sia fisicamente sia psicologicamente, lo sforzo supremo porta alla fine del sentiero e vediamo la malga tanto agognata.
Non potete capire la mia personale soddisfazione.
La Dickeralm è un piccolo scorcio di un Alto Adige che non ha avuto modo di essere corrotto in maniera irreversibile dal consumismo e dalla velocità cittadina. Molte delle baite verso il fondovalle sono state contaminate e hanno il modo di fare del cittadino, quassù no; le persone hanno il tempo di sedersi a parlare, di raccontare aneddoti (ammetto che non ne ho capito uno, il dialetto sudtirolese è ostico per il sottoscritto) e fornirti un pezzo di speck da urlo (non ne è avanzato… ma non so quanti etti fossero) e formaggio.
La casa è vecchia, di montagna. Il pavimento in sasso grezzo, funzionale più che super-stiloso. In questo momento capisci quanto sei distante, quanto la città ti ingloba e quanta necessità hai di prendere e scappare, andare a riprendere contatto con una parte di te che, se non coltivata adeguatamente, rischia di soffocare nella culla.
Tempo di riprendere le forze (ed arrotolare la lingua nuovamente dentro la bocca, parlo per il sottoscritto ovviamente) ci dirigiamo a portata della malga successiva per poi ritornare indietro, facendo una sorta di anello.
La discesa è semplice, il sole picchia peggio che un fabbro (non da tregua ed il mio colore è incredibilmente al limite del rosso fusione), e pian piano si sentono i muscoli dolere. Vi chiederete: in discesa? Eh si, cari miei, la discesa è malefica. Ti seduce, ti culla nella possibilità di non faticare come un dannato per portarti qualche metro sopra, ma sfrutta muscoli che non conoscete per poterti portare giù. La camminata è meno fluida, meno ordinata, la “paura” di scivolare, la cura del passaggio successivo e via dicendo ti porta via forze (acuito dal sole battente) e questo porta a pause più frequenti. Sempre per il sottoscritto che è un maledetto vecchio in un corpo giovane.
Arrivati quasi alla stazione a monte decidiamo di proseguire a piedi e dirigerci così a valle (altitudine 528m), perciò un ulteriore 800m di dislivello, così, tanto per gradire (se avete fatto due conti: 700m di dislivello all’andata, 1.500m al ritorno).
Risultato? Il sottoscritto, arrivato al fondo valle, prende e si sotterra sfinito.
Non mi sono mai sentito così stanco in vita mia. E gratificato.
La fatica fisica ha portato via molti pensieri e ha aperto la mente, respirare qualcosa di diverso da ossigeno + smog è stato salutare per me che, quando apro la porta del balcone, vedo il cemento del parcheggio sotto casa e, infine, ho imparato.
Ho imparato a non scherzare con il mio corpo e imparato diversi aneddoti locali, usanze e storie che non avevo mai sentito.

Bene, finisco l’acido lattico, mi aggrappo alla sedia e mi alzo per cercare di fare da cena.
In sottofondo girano gli Amon Amarth con Under The Northern Star. Epicità allo stadio brado. E io sorrido.

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4 Replies to “Of Mountain And Sunburn”

  1. ola.
    abbi la pazienza ma oggi è giornata di commenti ( è domenica, non lavoro, ho già fatto le pulizie di casa).
    leggendo mi è venuto in mente la mia avventura disavventura di due giorni a san marino ( scelta dettata da un cofanetto regalo che prometteva agriturismi fighissimi ma che senza macchina non erano raggiungibili e san marino – che ricordavo bello , ricordo di quando avevo tipo cinque anni- mai dar ascolto ai ricordi)
    non me lo ricordavo cosi ripido, in più ha piovuto i due giorni.
    quindi immagina me e la mia metà, sotto la pioggia con una pendenza di mille milla gradi, a voler tentare di raggiungere la rocca più alta, con le sneakers ovviamente.
    dopo fatiche immani, arrivi in alto, fotografi alberi sradicati, nuvole minacciose ( doom on) , fai qualche foto alla Abbath perchè ci sta, fa metal e lo capiamo solo noi e poi, con un misto di orrore e panico, capisci che devi tornare giù, camminando come se fossi in un torrente pieno di sassi scivolosi.
    fatica da morire, acido lattico messo in bottiglioni per scorta invernale, scivoloni con conseguente figura di m. ( altro che stile), e, arrivati alla fine la classica frase : ma perchè lo abbiamo fatto?
    quindi , bando ai cofanetti, io voglio tornare in Norvegia. piove.fa freddo. non c’è gente. non ci sono salite. così posso essere doom e con stile camminando in piano.
    ho un’ età , io.
    T.

    1. Ehehe… in mezzo a tutto il racconto, logicamente, vorrei solo citare una cosa: “le foto alla Abbath” ahahahahahah. Lo so, sono una brutta persona. Ma questo particolare mi fa ridere sempre. Il resto concordo, la sera avevo questi tazzoni di acido lattico da competizione. Non ho il fisico. Altro che superhero superman!

      Mando per un secondo in vacca il commento e lascio questa immagine, così, tanto per risollevare lo spirito. Abbath e Demonaz rules.

      Abbath

  2. ahahahhaha!!!
    tralaltro, dovrò farti vedere le foto ( giusto per passare il resto della mia vita a farmi irridere da te – pessimo che sei!!!!)
    T.

Si!?

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