Black Sabbath – 13 – The doomed side of life

11.11.11, il giorno in cui sono morto dentro per l’ennesima volta. I Black Sabbath originali si stavano riunendo: Ozzy, Tony, Geezer, Bill, tutti e quattro appassionatamente. Finalmente! Praticamente è dall’ultimo disco insieme (il mediocremente scadente, tranne che per certi spunti, Never Say Die!) datato 1979 che io prego tutte le divinità che questa formazione ritorni insieme a comporre qualcosa. Avevo avuto un sussulto con gli Heaven & Hell, ma, diciamocelo, RJ Dio alla voce era un vero portento, le canzoni doom e melodiche… ma dopo un pò quel disco, quel The Devil You Know che avevo sperticatamente incensato (ai tempi della mia permanenza come amministratore di BlackBloodySabbath, il primo sito web italiano dedicato interamente ai Sabbath), mi ha incominciato a stufare. L’ho sentito in quantità sempre minori nel corso dei mesi per finire con sporadici ascolti negli ultimi anni.
Ma il nuovo della formazione originale DEVE avere qualcosa in più… ed è da questo punto che sono partito con il mio viaggione mentale. Il suono dei primi dischi (i primi tre per l’esattezza – con quella miscela portentosa di doom, blues, jazz-style e mistero&occulto), la sperimentazione dei successivi due (Vol. 4 e Sabbath Bloody Sabbath) e, infine, la pesantezza propria di alcuni dei brani più “metal o heavy rock” di Sabotage. Gli ultimi due dischi li ho eliminati dal conteggio, per quanto li ascolti, non riescono proprio a piacermi particolarmente o, almeno, non tutto il disco.

EVENTO MALEFICO # 1: per l’ennesima volta, la formazione originale da forfait. Bill Ward non è della partita e io rimango con un pugno di mosche e un sacco di bestemmie.

EVENTO INASPETTATO # 1: il batterista scelto per rimpiazzarlo è quello dei Rage Against The Machine. Credetemi che quando l’ho sentito mi è mancato un battito. Ho pensato, ecco, hanno incominciato a drogarsi di brutto!! Impossibile vista la condizione di salute di Iommi, ma c’è sempre il buon Ozzy che tira più che una motrice di un treno.

Il risultato dell’attesa ha le sembianze di 13, il nuovo album dei Black Sabbath per 3/4 originali. Diciamo che ci avviciniamo di molto alla completezza. Anche perché non si smentiscono e riescono a creare una cover art non particolarmente eccitante, ma tant’è.

EVENTO DA LACRIME # 1: Geezer Butler ritorna a fare il songwriter. I testi sono quasi tutti tratti dalla sua penna. Con Ozzy che ci mette del suo per titoli o spunti narrativi.

Ma com’è sto album mi potreste chiedere. Soprattutto perché non è uscito l’altro ieri… ma, cari miei, per un disco di questo tipo e per la difficoltà di valutazione, un paio di settimane non mi bastavano. Ai Sabbath devo dedicare tempo e impegno. E l’ho fatto. E ci sono riuscito nella maniera più oggettiva per un die-hard fan come il sottoscritto.
Il vero problema di una recensione/valutazione di 13 è come valutarlo. Prendere come spunto di confronto i dischi passati o ritenerlo un disco a sé stante? Loro hanno creato un strettissima connessione fra i primi album e questo e non lo nascondono minimamente in sede d’intervista, ma sono passati anni e anni da quell’epoca gloriosa e non c’è possibilità di reale comparazione.
Il nuovo disco si pone come una buona prosecuzione del discorso interrotto, aggiornato al 2013. Perché questo è il punto. Non è un disco del 1970, non può esserlo, troppe cose sono passate e troppe esperienze hanno formato il carattere musicale dei protagonisti, e non è un disco tipicamente “nuovo”. Chi metterebbe un singolo di 8 minuti in onda? Praticamente nessuno. Loro si. Ecco la spiegazione del perché sono immortali.
Dicevamo del disco. Se ascoltiamo bene le tracce, vediamo che la base bluesy è accentuata, anche se il carattere metallico del suono spinge a porre questo disco nel solco della tradizione Master of Reality – Vol. 4 piuttosto che Black Sabbath. Ozzy non sarà mai un cantante dotato come R.J. Dio, ma la sua presenza e il suo carisma sono percepibili (anche per l’alone che si è creato con uno stile di vita al limite del suicidio); ma non è l’Ozzy dei seventies. Le linee vocali sono mutuate completamente dall’esperienza solista. il singer non si limita più a seguire il percorso del riffing di Iommi, ma ci mette melodie e linee vocali slegate e catchy. Non mi soffermo neanche sulla rielaborazione in studio, Ozzy l’ha subita già dal 1970… perciò non è materia del contendere. Rispetto alla prova Heaven&Hell, le canzoni hanno qualcosa che nel precedente disco mancava: un groove enorme. Anche se il tocco doom è presente e la batteria si limita ad un onestissimo compito di supporto, più che all’indiavolato lavoro di Ward, il brano non si avvita su sé stesso e non soffoca. Anzi, riesce a farsi ascoltare nuovamente senza troppi problemi. Logicamente il mestiere è intervenuto alla grande (vedasi Zeitgeist che rievoca Planet Caravan per le lacrime dei fan o tutti gli intervalli vocali di Ozzy: “all right now” etc) e la scaltrezza compositiva si sente, ma non possiamo pretendere rivoluzioni da chi ha creato il genere e lo suona da una vita. Al massimo possiamo vedere delle cesellature e accontentarci, no? I brani sono mediamente molto lunghi e si sviluppano senza troppa difficoltà, grazie soprattutto ad un lavoro sopraffino del duo Iommi-Butler, capaci di fondersi perfettamente e innalzare il wall of sound che tutti riconoscono al gruppo di Birmingham. Qualche scelta di Iommi è “criticabile” ma non se ne può fare una grandissima colpa sinceramente (il solo di God Is Dead? ha un suono non all’altezza, non si capisce questa scelta…), come anche la scaletta ha un suo perché, mischiando bene le progressioni formato Juggernaut di Iommi con brani più corti e fruibili. Le due outsider (Peace of Mind e Pariah) sono buone canzoni che, sinceramente, non avrebbero aggiunto niente (ma neanche tolto, ad onor di cronaca) a 13, Lp completo in tutti gli aspetti. Liricamente troviamo nuovamente i Sabbath alle prese con i loro demoni personali e “politici”, Geezer si rivela sempre uno scrittore di talento e capace di riassumere nell’arco della canzone opinioni e sensazioni che altri non saprebbero come mettere giù in 2 pagine. Esempio: guardatevi War Pigs e non ditemi che non vale adesso come nel 1970!!

Riassumendo: il nuovo disco dei Black Sabbath è esattamente quello che potevi aspettarti dalla loro penna, ottimamente composto e, potenzialmente, capace di sopravvivere nel corso dei mesi perché abbastanza fresco da farsi ascoltare diverse volte. I rimandi al proprio passato fanno parte del gioco e sono stati necessari per eliminare lo scarto di oltre 30 anni dall’ultimo disco originale in studio.
Detto questo non vi tedio oltre e ritorno a sentirmi questa canzone qua:

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10 Replies to “Black Sabbath – 13 – The doomed side of life”

    1. Guarda, ti dico sinceramente che, anche se seguo generi estremamente piú pesanti, il gruppo piú completo sono i Sabbath: blues, jazz, psichedelia, doom, thrash (un paio d’anni prima dei ‘tallica) e via dicendo. Istituzione nazionale!!

  1. Del nuovo lavoro dei Black Sabbath un posto nel mio cuore lo ha occupato prepotentemente la canzone “God is dead ?”, l’album nel complesso è ottimo, ritorna alla voce Ozzy e tutto procede per il meglio ma i Sabbath di Never say die o di Paranoid non si vedranno più quella splendida presunzione dell’album Black Sabbath, con prima traccia la canzone Black Sabbath è ormai un ricordo. Scusa il poema ma in fatto di musica dibatterei per ore ed ore senza mai stancarmi.

    1. Non dirlo a me. Io di musica “ci vivo” (nel senso che è parte fondamentale di quello che sono) e ne parlerei sempre e comunque. Le emozioni che mi fornisce sono indescrivibili. Il nuovo disco è molto buono, non potrà mai essere come i primi, questo è logico e normale, ma ha dignità eccelsa e supera senza problemi molti dei dischi contemporanei. Il fatto che abbiano fatto delle auto-citazioni (cosa che i Sabbath non avevano mai fatto in tutti gli anni di storia) è la testimonianza che è un album leggermente al di sotto. Un disco cardine sta in piedi senza bisogno di auto-citazioni, di rimandi al passato grandioso. Questo non toglie che 13 è ottimo e lo amo.

      1. A me 13 non dispiace ma gli tendo a preferire i Sabbath permettimi di usare questo termine “acerbi” quelli che ancora non pensavano a quanto il disco incasserà, faremo o al sfonderò nel campo della musica ? I Sabbath che si divertivano a comporre musica ora è principalmente business, il divertimento c’è ma in secondo piano. Quell’autocitazione come la chiami tu è la prova tangibile, che in quel periodo erano liberi di gestire i loro lavori come meglio credevano, insomma non avevano timori reverenziali. Non si ponevano domande del tipo ” Se chiamo l’album e la prima canzone dell’album come il nome della band farà o meno successo ?” Mi piace lo spirito libero dei primi Sabbath, credo che se abbiamo perduto un pò per strada.

      2. Le tue parole suonano quasi dette da me, sai! Praticamente penso la stessa cosa. I primi dischi sono liberi, fieri, osavano anche sbagliare e quando lo facevano erano i primi a cambiare rotta (ironicamente non hanno mai sbagliato un colpo nei primi 6 dischi.. gli ultimi due della formazione originale non sono fra i miei preferiti.. ma preferisco un cambio ad un disco uguale all’altro). Sicuramente in 13 i calcoli sono stati maggiori, la reunion deve aver avuto un effetto particolare. Molte responsabilità. Domande del tipo: “ma sapremmo suonare Sabbath?” (spero capisci cosa intendo… i Sabbath suonano sempre e comunque Sabbath, ma le esperienze passate hanno influenzato molto il modo di suonare dei singoli musicisti e Ozzy ha passato più tempo fuori dalla band che nei B.S.). Il risultato è stato un buon disco, ma un Vol.4, quella follia di Supernaut o la vibrante esplosione proto-metal di Hole in The Sky o Symptom non sono replicabili neanche volendo. Per questo Zeitgeist è solo una buona traccia e non eccezionale come Planet Caravan. Quest’ultima è un capolavoro acustico in un disco pesantissimo, heavy-blues ma ispirato come pochi.

      3. Si quel disco è un capolavoro, niente da dire c’è quella splendida melodia che ti trasporta via ” Eletric Funeral” dovrò mettere tra le mie ultima volontà da vivo che mi suonino quella meravigliosa canzone al funerale.

      4. Concordo. C’è poco da fare, Paranoid è un disco fondamentale e perfetto. Hand of Doom è speciale per me. Ma tutto il disco gira ad hoc. War Pigs? Perfetta. E se pensi che Paranoid l’hanno scritta in una manciata di minuti… che band!

Si!?

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