Of football and life

Vi voglio raccontare un qualcosa della mia infanzia. Ok ok, sento già il coro di “non ce ne frega una stragrande mazza”, ma finché il blog è mio, vi racconto quello che voglio io… un pochino come quando eri bambino e se portavi il pallone, decidevi le squadre. Visto che siamo in tema, parto direttamente con quello che mi passava per il cervello: il calcio.
La mia “carriera” calcistica (e la sto sopravvalutando enormemente) potrebbe essere una parabola della vita, ma diciamo che la teniamo in formato meramente sportivo, così da non suscitare sospetti vari ed eventuali.
Nasco, calcisticamente parlando, come punta-avanzata-abbracciata-al-portiere. Questo tipo di giocatore è il classico alla Pippo Inzaghi (che non ho mai visto fare un goal di classe, anzi, ne ho visto uno e l’ho fatto io con la Play Station), stabilmente in attacco e sulla sottile linea rossa della porta. Questo mi ha permesso di fare una quantità enorme di goal, ma con meriti personali al di sotto di ogni mera aspettativa. Praticamente sbattevo in rete palloni che la forza di gravità avrebbe portato in fondo al sacco con qualche secondo di ritardo, ecco tutto. Ad un certo punto, però, mi sono accorto che le mie qualità tecniche modeste non mi permettevano di essere l’attaccante che volevo.

Fotografia sbiadita di felicità composta post-goal

Per questo motivo mi sono spostato sul lato destro, nonostante il piede mancino, e ho cercato di dipingermi addosso il ruolo dell’ala d’attacco, l’attaccante esterno tutto polmoni e classe. Un Cristiano Ronaldo con qualche fibra maschile in più, cose di questo tipo (anche se, al tempo, Cristiano Ronaldo non esisteva). Lo spostamento di ruolo, ovviamente, ha anche fatto si che i riflettori dell’attenzione mediatica, chi ci guardava al cortile, a pausa a scuola, si spostasse sul fantasista, sull’attaccante estroso e cecchino dell’area di rigore. Ero ancora nella luce dell’occhio di bue della celebrità, ma mi ero spostato verso la parte esterna. Il limitare della luce e successo.

In piena fase di possesso palla, svetto sul campo in maniera padronale.

Dopo diverse settimane/mesi o forse anni, mi sono reso conto che le mie qualità tecniche non potevano pareggiare la mia fantasia, in altri termini avevo i piedi di marmo. Ho spostato nuovamente il baricentro dell’azione, sono arretrato, lasciando spazio a chi, ovviamente, sapeva che calciando il pallone arrivava la. Io calciavo il pallone e pregavo che arrivasse. C’erano momenti in cui chiamavo la Protezione Civile per la ricerca del pallone. Ma ancora non mi ero arreso alla situazione. Volevo il centro dell’azione e mi sono preso il centrocampo. Centrocampista laterale con scorte di fiato enormi. Ero sulla fascia, avanti e indietro fra difesa e attacco. La luce della ribalta l’avevo lasciata a chi, con capello ingellato e la danza sul campo, sapeva il fatto suo. Io aravo il campo con sudore e violenza (calcistica). Quello che poteva venirne, da una posizione come questa, era l’applauso per arrivare a fine partita senza leccare le zolle del terreno. Cosa che succedeva sempre più frequentemente con l’avanzare del tempo. La scelta, con le lacrime agli occhi, è stata quella di mettere da parte velleità sia talentuose (che erano rare come i ghiaccioli nel deserto) sia di fiato e mi sono spostato a centrocampo. Questa posizione, ricoperta da esponenti di talento finissimo e zappatori di terreno calcistico, ho cercato di interpretarla al meglio sia come regista (freddezza, ragionamento, visione d’insieme e un pò di piede) e mediano incontrista ringhioso (fiato, denti sui polpacci dell’avversario e aggressività calcistica). La questione sul posizionamento in campo è andata immediatamente in giudizio per diversi motivi: i piedi non rispondevano più come un tempo (e già un tempo rispondevano con il jet lag), la visione d’insieme era limitata (anche perché, correndo come un bufalo spompato, arrivavo al momento del bisogno così svuotato da meritarmi il pre-pensionamento) e questo è quanto. Aggiungi il fatto che come mediano non ci stavo molto, il centro del campo non poteva più essere il mio feudo. Da quel momento in avanti mi sono spostato ancora un passo indietro… in difesa. Non avrei mai pensato di arrivare la. Soprattutto lasciando il fascio di luce della popolarità per l’oscurità di un ruolo poco appariscente ma fondamentale.
Proprio in questo momento mi sono studiato i Ferrara, i Baresi, i Maldini o chi per essi… il movimento, la freddezza e concentrazione e quella grinta che serve per poter vincere il contrasto contro il damerino dell’area di rigore. Scartata l’opzione terzino/terzino fluidificante per manifesti limiti sportivi (a.k.a. non avevo più fiato neanche a pagarlo oro), mi rimaneva il centrale alla Vierchowod. Poco movimento e tanta sagacia. Un gatto di marmo. Le scandenti prove mi hanno spinto ad arretrare ancora e smettere di provare a calciare il pallone (il tiro a banana era uno dei miei masterpiece) e cercare di prenderlo con le mani. Il portiere. Il ruolo che nessuno vuole fare quando è bambino. Il paria della società. Colui che non è figo. Non ha l’occhio di bue rivolto su di lui neanche per errore. Il portiere ha tutte le responsabilità di questo mondo e pochi, sussurrati riconoscimenti: se pari hai fatto il tuo dovere, se ti fai fare goal è colpa tua. Responsabilità sempre.
Sembrerà strano, ma con il ruolo del portiere mi sono ritrovato pienamente. Finalmente potevo reggere tutta la partita senza richiedere l’ambulanza, non serviva che facevo la foca monaca sul pallone (tanto dovevo solo parare) e sfruttavo qualità atletiche che prima non avevo. L’essere portiere è stato, praticamente, il mio nuovo inizio calcistico. E i risultati sono arrivati, persino un fascio secondario di luce (sempre nel campo amatoriale, sia chiaro). Insieme all’assunzione di responsabilità, di criticità e di una capacità di autocritica e miglioramento. Se sbagli il posizionamento, la seconda volta cerchi di migliorarlo. Se sbagli il rinvio e preghi che arrivi (distante), la seconda volta, beh, lo lasci ad altri.

Ad acchiappar farfalle…

Sinceramente è un pò un percorso di crescita questo racconto calcistico, non so perché, non so se è espresso o lo vedo solo io… ma il diavolo sta nei dettagli e qua dentro, di dettagli, ce ne sono moltissimi. E probabilmente anche di diavolerie.

5 pensieri su “Of football and life

  1. Hahaha storia interessante…io invece, a partire dai 10-11 anni ho preso ad amare il ruolo di portiere. Premetto che non ho mai praticato calcio né calcetto a livello agonistico, mi son limitato alle partite a scuola o alla partitella del sabato amatoriali. Però mi piaceva quel ruolo, proprio per quel destino dannato che hai descritto. Solitario e misconosciuto, per me il portiere è un eroe.

    1. Prima di tutto grazie mille per aver letto l’articolo e visitato il mio blog (appena rientro in Italia sará un mio piacere visitare il tuo… ma qua ho i minuti contati su internet ehehe). Il ruolo del portiere é stata una vocazione forzata, nonostante le mie illimitate qualitá calcistiche, che mi portavano a centrare pali a distanza ravvicinata 😀 Il ruolo del portiere é vagamente tragico, invisibile ai piú (tranne quando prende gol… allora si che qualcuno lo nota) ma fondamentale. Inoltre, rispetto a tutti i ruoli in campo, il portiere é quello che ha la visione piú ampia di tutti… ha idea di cosa succede… e NON puó farci nulla!!! eheheh

Si!?

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...