The power of the words

Ci sono argomenti talmente vecchi e triti che probabilmente hanno un che di nuovo ogni volta che vengono approcciati. I tempi stanno cambiando e sempre più le comunicazioni fra esseri umani si sviluppano su linee che prima, e sto parlando di qualche decina di anni fa, non erano neanche pensabili. L’uso della parola, il parlare, ha perso parte della sua reale forza, sostituito da un più freddo, veloce e impersonale utilizzo di messaggistica, mailing e via dicendo. Quello che ci si chiede è se la parola è ancora importante? O se, perdendo il contesto, perde pure potere la parola.
Seduto sotto un albero in montagna mi è venuta questa idea (e giuro che non è coinvolta una mela che cade, una graffetta e tante idee da MacGyver) di vedere come la parola fra persone comuni sia cambiata o quanta potenza assume in relazione ad un contesto. Lo so, niente di nuovo sul fronte occidentale, ma ne valeva la pena… soprattutto per passare 5 minuti in piena solitudine con il proprio cervello e guardando la gente che mi passava davanti sul sentiero.

Se incontriamo una persona, e parliamo con essa, il nostro discorso è influenzato da miriadi di interazioni (sia personali sia spaziali) e questo porta ad una particolare definizione della parola. Provo a fare un esempio, così, tanto per giocare un pochino:

Immaginiamo di dire un semplicissimo “Ciao” ad un persona e vediamo come il tutto viene influenzato.

*) se cambia la luce – la parola “ciao” in piena luce del giorno ha una valenza completamente diversa da quella in piena notte. Anche per i significati che potrebbe avere. Un più probabile incontro mattutino e un più probabile addio alla sera.
*) se cambia il contesto spaziale – un “ciao” detto in piena strada, in luogo aperto è decisamente meno minaccioso di un “ciao” che proviene da un vicolo scuro, da un contesto più problematico. La stessa parola ha potenza diversa. Apertura la prima, un vago senso di timore la seconda.
*) se cambia l’atteggiamento della persona che la dice: verosimilmente se chi ti parla ha un atteggiamento rilassato, la parola che pronuncia non suona aggressiva. Se la persona che la pronuncia trasuda aggressività o qualsiasi sentimento negativo, anche la più innocua parola (il “ciao”) assume una valenza minacciosa. Un pochino come essere salutati da un gruppo di tuoi amici che incontri al bar o sussurrato da un rinomato tagliagole al porto. Che poi sia un pregiudizio che il tagliagole al porto sia pericoloso è indubbio, ma molto probabilmente il tuo sesto senso sia già entrato in allarme e che l’adrenalina stia già mettendo in moto i tuoi ricettori.
*) se cambia l’atteggiamento della persona che la riceve: altra cosa, e stiamo sempre navigando nell’estrema banalità sia chiaro… non ho minimamente coscienza degli aspetti psicologici/relazionali di cui sto trattando… sono ragionamenti sotto ad un pino, è quando la persona che riceve la parola ha un atteggiamento più o meno ricettivo. La differente modalità di percezione è fondamentale per un buon proseguimento del discorso. Maggiore è la diffidenza che accompagna i gesti del tuo sparring-partner, maggiore sarà l’inefficacia che avrà la tua parola (il ciao che hai speso non sarà recepito in maniera cristallina, ma unicamente come mellifluo tentativo di essere garbati o qualcosa di simile).

Logicamente ci possono essere delle parti che si intersecano e perciò vengono a formare delle combinazioni di atteggiamenti (spaziali e personali) che rendono difficile il rapporto fra le persone.
Ed ecco qua il discorso che diventa più complicato. L’aver spostato l’ago della bilancia fra relazione personale e relazione fra tecnologie a favore di quest’ultima, ha facilitato o peggiorato la comunicazione? Sicuramente ha reso la possibilità di comunicare molto semplice, senza problemi e molto veloce. Lo schermo del Pc etc non pone problemi d’atteggiamento o qualsiasi valutazione “d’etichetta”, basta scrivere ed il messaggio viene recapitato alla persona interessata con i soli bit a farli da contorno. Nessuna interpretazione personale, emotiva. L’emotività è posta dalla persona che lo riceve, non da chi lo spedisce. Intendiamoci. Logicamente chi lo spedisce ha qualche motivo (simpatia, amore, rabbia, odio, interesse… o qualsiasi cosa) per mandare un messaggio, ma questo stato d’animo è difficilmente trasferibile nei segni e perciò il carico emotivo verrà messo unicamente da una delle parti. L’altra è per via mediata. Tutto diverso, ovvio, quando ci si incontra di persona. In questo caso il carico emotivo viene messo da due persone e perciò tutto quanto riguarda la comunicazione ne viene logicamente influenzato in maniera estremamente profonda.

Questo upgrade comunicativo ha posto un accento importante su un altro fattore: la componente gestuale/fisica. Quanto meno la parola ha carattere emotivo (sostituita dalla freddezza digitale del bit), quanto più assumono importanza i gesti che accompagnano il verbo. Se nel tempo passato si accompagnavo inevitabilmente, il gesto supportava la parola o la parola il gesto, con l’evoluzione tecnologica è avvenuta una fisiologica e innaturale (o naturale??) diacronia che slega il parlare con l’azione. L’azione diventa perciò qualcosa a sé stante, un valore proprio apprezzabile.
Stranamente: se i gesti vanno sullo sfondo, in una relazione fra persone la parola assume una valenza imperante. Se sullo sfondo ci va la parola (perché diventa digitale e perciò “meno” carica emotivamente), il gesto è quello che determina parte delle relazioni personali.
L’equilibrio è  un qualcosa di abbastanza utopico, visto che è quasi impossibile riuscire a pareggiare in quantità e, a volte, forza, le parole (o, in alternativa, la potenza di un gesto che mette a tacere le parole). La qual cosa, di per sé, è anche interessante perché spinge le persone ad un continuo miglioramento personale – sempre rivolto a quel tipo di miglioramento a cui essi aspirano.

Finita la pausa meditativa, che non era altro che un mascheramento indegno della stanchezza degli arti, riprendo il cammino avendo capito poco di quello che ho pensato e ancora meno del perché. Ho cercato di riportare, per filo e per segno, tutto quello che è passato nel mio cranio in quei minuti di tranquillità ed è venuto fuori questo enorme pippone (probabilmente banale, molto probabilmente noioso, certamente sconclusionato). Il tutto per una tranquillità interiore e per poter proseguire sulla strada.

Enjoy.

Ps: visto che il discorso è alquanto confuso e tenuto insieme con scotch e sputo, allora mi permetto di innalzare il livello del post con questo brano qua dei Rush. Almeno loro, le suite e i ragionamenti musico/filosofico, li sapevano fare… e anche bene.

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