Step By Step

C’è stato un tempo, molto tempo fa, in cui aprendo gli occhi la mattina e guardando il cielo terso ed estivo, non volevo richiuderli e girarmi dall’altra. Non come adesso. In questi giorni apro gli occhi, vedo il cielo terso e mi giro dall’altra parte… poi suona la sveglia.
Erano tempi, quelli di cui sto parlando, in cui mi muovevo come sotto carica elettrica, giravo da un punto all’altro della casa e mi preparavo, mentalmente, all’Appuntamento estivo per eccellenza: il campeggio. Era l’appuntamento perché significava andare via da casa, da soli!!, per un paio di settimane, al fresco e con un sacco di vecchi e nuovi amici. Praticamente il meglio. E  mi ricordo i giri, le domande, gli accordi (quest’anno facciamo così al gioco? Dai che ce la facciamo. Proviamo questa cosa. In tenda siamo noi…). Ma, soprattutto, mi ricordo i preparativi. Le ore passate a preparare, disfare, rifare quel maledetto zaino. All’inizio estremamente vuoto e poi via via più pieno, con mille cose inutili che tanto non avrei mai utilizzato… l’importante, in fin dei conti, era la sicurezza di averle dietro. Quante magliette mettere? Tante, poche? Il conto è solo di facciata, tanto in due minuti sono sporche, indecentemente lerce. Gli scarponi: check. Tutto quello necessario per lavarsi: check. Anche se, come ho avuto di imparare con il passare del tempo, il lavarsi, al tempo del campeggio (il tempo “eroico” del campeggio) era unicamente un passatempo mattutino… la doccia era due volte alla settimana all’aperto. Giuro che era una delle esperienze divertenti. Soprattutto per diventare qualcosa di diverso dal Temibile Uomo della Palude che mi aveva trasformato il trascinarsi nel bosco, nei fossati, all’interno di zone mezzo paludose. Braghe? Qua la situazione è più complicata… portarsene troppe è Out, portarsene poche significa che dopo 3 giorni sei completamente lercio. Cose da far schifo. Anche perché arrivava il cambio unicamente dopo una settimana. E non vi sto a raccontare lo spogliatoio in comune come era. Vi dico solo che sopravvivevano unicamente le vespe più resistenti. Il resto delle forme di vita non ce la faceva. Ma eravamo ragazzi.  Casinisti e puzzolenti. Praticamente l’adolescente medio a contatto con la natura.
Mentre giravi per casa contando quante mutande portarti dietro e quanti calzini, ti assaliva quell’eccitazione pre-partenza. Quella voglia di scappare di casa e correre al bus con tutte le tue forze e gettarti nella morsa vorticosa del divertimento. Insieme a questo saliva anche un pò di malinconia (insieme all’ennesimo conto, ma quanti calzini portare? Veramente così pochi? Con tutta l’acqua in cui finirai questi paia sono decisamente pochi…) perché lasciavi la vita di casa. Questo significa lasciare le partite di calcetto nel primo pomeriggio (ma senza di me come si fa? Solo qualche anno più tardi, nella mia profonda innocenza, mi sono reso conto che la vita del campetto continuava anche quando me ne andavo… ma quelli erano tempi diversi, ero più giovane e ancora avevo un guardaroba colorato e non tendente al nero più assoluto), i giochi, la festa del Paese (!) e tutto quello che eri abituato a frequentare da quando eri piccolo.
E indosso la mia maglietta delle grandi occasioni (quella che tenevi da parte da un pò di giorni per evitare che si sporcasse), bermuda e scarpe da ginnastica. Niente ipod, niente Ipad, niente di nulla di queste cose. Raramente ho visto un libro in queste settimane di Camp-Ignorance. Chi leggeva sapeva e noi non volevamo sapere. Volevamo staccare. E poi le partite a ping-pong (ero tanto bravo quanto sono scarso adesso, vi dico solo questo) e i tornei all’ultimo sangue a carte, per la precisione briscola. Il tuo sparring-partner di briscola è quello con cui hai un feeling particolare, quello che capisce cosa stai cercando di fare e vede i segni quando gli altri ti tengono sotto controllo. E rivedi persone colte da spasmi improvvisi per riuscire a mascherare il segno del cavallo, del re, del fante. Sbadigli artificiali come Pamela Anderson per un carico improvviso e le risate da vittoria. Insieme ai dolci dal bancone. Avevi 5000 lire e le sfruttavi bene.  Saggiamente. Cosa che i laureati in economia non saprebbero fare neanche se glielo disegnassi.

Ma quello che mi ricordo, forse più di tutto, era il momento in cui potevi uscire dal campeggio e andare al laghetto di fianco. A mezzo secondo dalle tende. Il torrente che scendeva, come in una valle preistorica e poi il laghetto artificiale, quello che usano gli elicotteri forestali in caso d’incendio. La dentro c’era pace. E anche un odore particolare, un misto fra umidità e piscio di mucca e alberi. Un mix da incorniciare. Se volevi un attimo da solo era quello il posto dove andare. Ti ritagliavi due minuti di silenzio e poi ti ributtavi, ti tuffavi nel mezzo del casino, nel centro caldo del divertimento.

Sto arrivando. E sto lasciando.

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