Fight Club

“Un minuto era abbastanza, ha detto Tyler, c’era da lavorare duro per ottenerlo, ma un minuto di perfezione valeva la fatica. Un momento era il massimo che ci si poteva aspettare dalla perfezione.” 

Ciao mondo,
non ho letture elevate e neanche che possono essere definite dei Grandi Classici della Letteratura (non sempre almeno), ma Fight

Club di Chuck Palahniuk dovrebbe essere considerato un Grande Classico. Perché? Perché questo autore, come pochi altri, prende un periodo storico (e con storico intendo sociale/ambientale) e lo riversa su un libro con tutta l’urgenza possibile.
L’autore riversa sulle pagine l’angoscia esistenziale e la sorda rabbia, che confluiscono all’interno del pugilato clandestino e nella forma dell’annichilimento della persona come forma di risurrezione personale, come vendetta e rivoluzione contro uno stile di vita (quello americano o, forse, quello moderno ed industrializzato) che fagocita l’uomo e lo estrania da sé stesso. In mezzo a questo marasma di sentimenti forti e contrastanti, non si può non vedere una sorta di Virgilio maledetto e deviato nella figura di Tyler Durden. Lui è quello che noi vorremmo essere, è la pazzia latente, il riso sarcastico e pazzoide nei confronti delle regole precostituite. Tyler è liberazione, spezzare le catene [È solo dopo che hai perso tutto […] che sei libero di fare qualunque cosa.]. Il protagonista/narratore, invece, è imprigionato in un mondo vuoto, senza significato e questo lo rende un automa nella grande macchina capitalista (l’ossessione per l’acquisto dei prodotti IKEA o altre piccole devianze, trattate in maniera quasi sessuale) e perciò un personaggio “rotto”, piegato e senza scopo. L’insonnia, l’insofferenza, l’estraniamento sono solamente delle condizioni secondarie, dei sintomi di un problema più grande: l’ansia enorme della persona di accordarsi a quanto la società pretende da te [“La pubblicità ha spinto questa gente ad affannarsi per automobili e vestiti di cui non hanno bisogno. Intere generazioni hanno svolto lavori che detestavano solo per comperare cose di cui non hanno veramente bisogno”].
La risposta a tutto questo è distruggere sé stessi, distruggere ciò che ami, che adori, essere il più basso gradino dello sviluppo sociale.  Solo quando non hai niente da perdere (quando si distrugge in maniera sistematica il sé), è allora che si incomincia a scoprire il più elevato potere dello spirito. La risposta, in altri termini, è combattere. Pugilato clandestino.
Il nichilismo del libro si esplicita proprio in questo/i Fight Club: poche regole e violenza liberatoria (il protagonista, con il passare del tempo, sembra arrendersi all’evidenza, innamorandosi dell’effetto catartico del combattimento e cercare di struggere qualcosa che “è bello”). Ma la violenza prodotta dai Fight Club è violenza controllata, regolata, non anarchica. L’anarchia è quella con cui i membri cercano di scuotere il dormiveglia della società capitalistica. Le ferree regole paramilitari che gestiscono la vita degli “adepti” volgono al completo annientamento della persona in quanto essere “unico e speciale”, per renderlo solo uno dei tanti. Un viso senza nome. Un arnese nelle mani della grande rivoluzione.
Chuck Palahniuk, però, è abile nell’inserire un viatico per la fuga del protagonista/narratore e incomincia a far filtrare anche un aspetto meno poetico della ribellione Durden-iana. Lo spezzare le regole e vivere costantemente fuori dal radar della società civile ha i suoi innumerevoli benefici ma… la persona “senza nome” cerca in ogni modo di legarsi a qualcosa, a qualcuno, per poter dare un minimo di senso alla propria vita.
Quando il Fight Club esce dallo scantinato e si evolve nel progetto Mayhem, lo scontro fra l’aspirazione al ritorno ad un medioevo spirituale si scontra in maniera violenta con i vincoli dell’animale sociale, causando un finale poeticamente disperato.
Chuck Palahniuk ha scritto, a mio modestissimo parere, una manciata di ottimi libri (Fight Club, Soffocare, Rabbia, Cavie…), qualche buon romanzo e diverse cose che ti fanno pensare che la creatività si sia spenta dopo un inizio folgorante. Tutti risentirebbero della pressione di aver dato alle stampe un primo libro come Fight Club, non lo nego. Ma la cosa mi fa incazzare, veramente.

6 pensieri su “Fight Club

  1. Fight Club lo devo ancora leggere, però in molti m’hanno detto che è uno di quei pochi libri che vanno di pari passo col film.
    Ho letto però Soffocare, che m’è piaciuto un casino, e pure su quello ci sarebbe da discuterne per ore, ed anche Survivor ed Invisible Monsters, anch’essi consigliatissimi.

    1. Fight Club è un libro epocale, secondo me. Per cinismo, nichilismo e via dicendo. Peccato che è uno dei pochi capolavori di Palahniuk… ha perso smalto via via che passava il tempo (Gang Bang aveva poco da dire e altri idem).
      Soffocare è veramente malato e bello. Survivor non me lo ricordo molto, forse non era fra i miei preferiti (ma non lo so). Preferisco Rabbia.
      Invisible Monster è molto particolare, va letto più volte prima di un giudizio (almeno da me, che sono Capra Capra Capra Capra Capra ahahahah 😀 )

    1. Veramente?! 2 su 2… 🙂 ottimo!
      Sai che, mio malgrado, ho lasciato un pò indietro Palahniuk?! Colpa mia, ma secondo me si è un pò rammollito nel corso del tempo. Dopo un pò i suoi libri mi sembravano troppo “pensati per il cinema” e poco propensi ad un racconto vero e proprio. Te cosa consigli degli ultimi? Mi hanno parlato bene di Dannazione, ma ho problemi ad andare a comprarlo… ogni volta mi blocco con il portafoglio in mano :/

Si!?

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