In Death I’m Only Hiding

Buonasera mondo. Come stai?
Hai notato come uno dei temi più ricorrenti della musica è quello che più ci spaventa? Ed essendo fonte di estremo terrore è proprio quello che ci affascina, ci spinge a lodarlo, sfidarlo, scacciarlo come un cane rabbioso o accoglierlo come amico fraterno?
In ogni caso, caro mio, non possiamo sottrarcene e la morte è proprio uno dei temi più sviscerati, cantati ed analizzati nel mondo della musica. La canzone ci permette di avere una specie di controllo sopra un evento estremo, fornisce gli strumenti per smussarne gli angoli ed esorcizzarne il risultato finale.
Ogni genere ha cercato di toccare il tema della morte con i suoi strumenti: manifestandone la violenza e lo strappo dalla vita terrena o l’effetto catartico che ha, la paura o la gioia che provoca. Le parole usate possono essere il dileggio o l’analisi scientifica, la compassione o il racconto quasi giornalistico, così come la musica può essere mero accompagnamento o primario martello che scandisce i rintocchi della nostra dipartita.
Viaggiamo insieme ad un compagno pericoloso che avrà sempre la meglio, che vincerà sempre, solo che bisogna decidere quando la partita sarà chiusa definitivamente.
Da anni ormai mi ha affascinato una frase che ho trovato nella canzone The Clairvoyant degli Iron Maiden: “… there’s time to live but isn’t it strange / That as soon as you’re born you’re dying…”. Queste frasi mi hanno sempre fatto un certo effetto (anche se, in effetti, la storia parlava di un veggente che non era riuscito a prevedere la sua stessa morte), dandomi un senso di prospettiva alle cose.

Ma se nella NWOBHM (qua nella sua forma più “progressiva” ed evoluta) la morte viene trattata in maniera quasi poetica, nel metal più estremo, invece, il tema del trapasso raggiunge vertici quanto mai esasperati. Se nel death metal la morte viene talmente brutalizzata, esasperata, vituperata da essere una forma d’esorcismo interiore, un sarcastico ghigno ed un famigerato grido di vendetta (anche se, con i Carcass, troviamo invece un mix eccelso di umorismo nero e manuali di medicina),  nel black metal è compagnia liberatrice, vittoria e compimento della totalità dell’uomo.

Ma non solo il metal guarda alla Mietitrice con attenzione particolare, anche il blues non ha mai disdegnato di circondarsi dell’odore della formaldeide e del terrore/redenzione fornito dall’ultimo respiro (vi ricordate di Jesus Make My Dying Bed di Blind Willie Johnson? No? Veramente? Strano… ma forse vi ricordate di In My Time Of Dying dei Led Zeppelin. Ah, adesso gli occhi vi si sono accesi eh?).

E qua si potrebbe andare a parlare, ovviamente, delle derive gospel e le laudi al Signore… ma penso che diventerebbe quasi impossibile seguire il percorso a ritroso. Il blues ne ha parlato, è stato un testimone fedele di risse da bar e accoltellamenti, di sofferenze e di sollievo, ma sono stati anche i loro “sparring partner” folk a trovare radici in questo tema (come non ricordare, per esempio, i testi di Dax Riggs – uno che il death metal l’ha masticato per bene e poi sputato, per andare ad abbeverarsi alla fonte del folk & blues – o di William Elliot Whitmore con i primi due stupendi album?).

Ho accennato, all’inizio, ad un punto di vista particolare della morte: quella dal punto di vista del cantastorie.
Una narrazione oscura,  un racconto intriso di sangue, lacrime e violenza, il tutto fornito da musicisti che l’estremo lo vivono più che come espressione musicale, come un modo di esprimere delle emozioni su spartito (per quanto non essi stessi non siano proprio degli stinchi di santo). Posso nominare le Murder Ballads di Nick Cave come esempio (anche se l’espressione della ferocia dell’uomo contro l’uomo è in un suo testo disperato chiamato The Mercy Seat) o trovare in alcuni testi di Bob Dylan degli inizi dei validi esempi? Certamente. Qua si nota la morte come un racconto, non più come un maglio sensoriale (per quanto l’effetto finale sia poi ugualmente raggiunto). I Doors ne hanno dato una forma poetica e vagamente allucinata (The End), mentre  i The Dubliners presero un genere già di per sé dolente come il celtic folk e l’hanno plasmato intorno ad una cruenta storia d’omicidio (The River Saile).
Ma dimmi, secondo te posso dimenticarmi del Man In Black per eccellenza? Johnny Cash ha fornito la sua mirabile ugola e capacità interpretativa ad un’altra piccola perla di murder ballads (Banks Of The Ohio). L’incontro perfetto.

Mi piacerebbe fare una piccola menzione per un’artista italiano, scusate, non solo un Artista na un vero poeta italiano: Fabrizio De André. Preghiera di gennaio (da Volume I del 1967), la Ballata degli Impiccati (da Tutti Morimmo A Stento del 1968) o La Guerra di Piero (da Volume III sempre del 1968) o il concept sull’Antologia di Spoon River possono essere splendenti esempi di un Artista completo, capace di inoltrarsi in qualsiasi piega della vita e maneggiarla con levità, candore, ardore o ironia a seconda dell’occasione. Vorrei sottolineare un fattore importantissimo: ho citato anche “Non Al Denaro, Non All’Amore Nè Al Cielo” anche se in maniera impropria; il disco prende spunto dalla morte delle persone per raccontarne la vita, un’inversione rispetto a molte delle “murder ballads” precedentemente menzionate.
In questo momento mi limito a citare solo alcune opere “a tema”, ma sappiamo tutti quanto De André ha dato alla musica italiana (e non solo).

Come puoi vedere, caro mio, non ci sono latitudini o generi che non si siano confrontati con Lei. Essi hanno combattuto una battaglia impari e, nel paradosso più grande che mi possa venire in mente, proprio fronteggiandola con l’arma della canzone l’hanno battuta. Hanno battuto la morte lasciando una testimonianza immortale di sé stessi.

Enjoy,

Stefano

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