Music Wizard (187)

Avete festeggiato l’arrivo della primavera?
Sentite le energie psico-fisiche che ritornano ad ondate frenetiche nel vostro corpo dopo la morte dell’inverno?
Sì?
Non me ne frega una fava. Giusto per essere chiari.
Questo non è un blog in cui i lettori si sentono coccolati e accuditi. Questo non è un blog in cui potete dire la vostra e fare il saluto al sole e parlare di yoga e ripristino del secondo chakra a destra.
Questo è un blog diverso. Gestito da un blogger che non è un blogger.
Perché, diciamocelo, voi quattro che leggete e cinque che saltate di parola in parola finché non trovate quel termine che vi aggrada e poi mettete un like a caso: essere un blogger è un termine abusato. Un po’ come il termine abusato. Abusato è abusato.
Siamo sinceri in questo.
Se volete sentirvi a casa vostra: aprite il vostro blog.
Se volete sentirvi amati: ci sono tanti, ma tanti, blogger che scrivono di tante, ma tante, cose che vi faranno sentire bene con voi. C’è un F.Volo che vi aspetta dietro ogni parola. C’è un venditore di banalità dietro ogni schermata.
Su Music For Traveler non trovate tutto questo.
In effetti non trovate proprio niente di interessante, a parte quello che scrivo. Una figata assurda quello che scrivo.
Cercate un articolo a caso e via. Per esempio: c’è ancora la storia “Alla ricerca del Trono di Fuoco“da completare. C’è un voto in ballo. Votate.
Ripeto: votate.
Che se no, ‘sta storia, non va avanti e poi i quattro lettori che leggono si lamentano.
E hanno anche ragione.

La musica di oggi richiama questo sentimento di apertura verso voi lettori.
Signore e Signori… i Deathspell Omega.

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Liebster Award 2017 (per conto di TheMurderInn)

Il Liebster award è un premio virtuale, un riconoscimento che viene attribuito da alcuni blogger ad altri blogger con lo scopo di dare visibilità a quei blog che sono nati da poco o che comunque non hanno ancora una fitta rete di lettori a sostenerli (quelli con meno di 200 followers).
Visto che non ho meno di 200 followers, ma su TheMurderInn non ci pieghiamo a queste cose così commerciali (ah ah), allora rispondo io per conto di TMI.

Per partecipare si deve:

  • Pubblicare il logo del Liebster Award sul proprio blog
  • Ringraziare il blog che ti ha nominato e seguirlo
  • Rispondere alle sue 11 domande
  • Nominare a tua volta altri 11 blogger con meno di 200 followers
  • Formulare altre 11 domande per i blogger nominati
  • Informare i blogger della nomination.

Non pubblico il logo in spregio a tutte le regole, ma ringrazio pubblicamente Martina Valkyrja per aver nominato TheMurderInn come blog da Liebster Award.
Rispondo adesso alle 11 domande che ha posto, ma non nominerò gli 11 blogger e non formulerò neanche le 11 domande.

1 – Qual’è il genere musicale che preferisci? Qua a TheMurderInn si ascolta solo Metal.

2- C’è una canzone che ti rappresenta in modo particolare? Ho sempre detto Stone The Crow dei Down. So che dovrei rispondere per tutti, ma visto che rispondo io, metto la mia.

3 – Il tuo scrittore preferito? Ne ho diversi, punto su Irvine Welsh in questa triste giornata di martedì.

4 – Preferisci leggere poesia, narrativa o saggistica? Io vado su narrativa e saggistica.

5 – Ti va di descriverti  con 5 aggettivi? No, anche perché a scuola dormivo e non conosco la definizione di aggettivo.

6 – Sei innamorato/a? Noi, a TheMurderInn, amiamo il metal.

7 – Se potessi provare la macchina del tempo, in quale epoca vorresti essere catapultato? Mi farebbe piacere sorridere e citare la nostra Miss Italia dicendo: “nella Seconda Guerra Mondiale“… ma sarei al fronte e morto dopo 10 secondi. Anche se mi interessa come momento. Diciamo che salterei da un’epoca all’altra, va bene come risposta?!

8 – Se ti regalassero un viaggio per una destinazione a tua scelta, dove andresti? New Orleans. Norvegia-Svezia-Finlandia o dove c’è cibo.

9 – Le 5 cose che non possono mancare nella tua valigia? Libri, musica, boxer, maglietta metal e il ben noto digestivo (se no col mazzo che digerisco la merdazza che mangio in giro).

10 – Un sogno che ti impegnerai a realizzare nella tua vita? I Black Sabbath santi subito!!!

11 – Un personaggio (reale o di finzione, storico o contemporaneo) che ammiri? Nonostante tutti gli innumerevoli, incalcolabili, insondabili, incredibili, putridi, ignorantissimi e buzzurri difetti, Phil Anselmo è un grande.
Ma difficilmente ammiro qualcuno. Al massimo lo rispetto, o non lo disprezzo.

Chi vuole prendere questo LIEBSTER AWARD, può prenderlo! Anzi, vi consiglio di prenderlo.
Anzi. Scrivete e non rompete.

 

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[Both Sides Now] Here comes Johnny Yen again with the liquor and drugs and the flesh machine… Ovvero… T2: Scegli la vita,tirando avanti, lontano dai guai, in attesa del giorno in cui morirai…

Vi eravamo mancati? Sì? No? Forse?
Comunque eccoci di nuovo sul luogo del delitto: Both Sides Now torna con una recensione di Trainspotting 2.
Buona lettura.

CineClan

Siamo tornati… Il saggio e divino Zeus e la vostra Penny Lane di quartiere sono tornati, perché non c’era altro modo di tornare se non con un “Both Sides Now” brutto, sporco e cattivo. Un “Both Sides Now” dove mettiamo in campo entrambi un pezzo di cuore e di pancia e di anima, ma lo facciamo talmente ognuno a modo proprio che sembriamo su due versanti opposti e invece… Invece… Invece scopritelo voi! E mi raccomando… Scegliete la vita!

Il problema con Trainspotting, amico mio (sempre che di problema si possa parlare…), sono i ricordi. Quel coacervo di passato, amore, lacrime e sogni che forma i ricordi. Trainspotting è legato a doppio filo alla mia vita. A quella privata che va a braccetto con quella professionale. Trainspotting è intrinsecamente Roma e un teatro a Trastevere. E’ la scelta di un salto nel buio. La scelta di far entrare nuovamente…

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Music Wizard (186)

Per una qualche ragione, la Grecia è un territorio molto ispirato nel produrre musica estrema. A memoria direi che l’ho già scritto in una qualche versione precedente del Music Wizard.
Da quel lembo di terra immerso nel Mediterraneo sono arrivati, oltre ai miei amati Rotting Christ, anche i Septic Flesh.
Non penso di averli mai proposti qua su blog. Per un motivo o per l’altro, i Septic Flesh mi sono sempre scappati di mente. Non quando ne parlo, o provo a suggerire musica, ma proprio quando metto le dita sulla tastiera; in quel momento la testa fa RESET ed ecco che arrivano gruppi diversi.
Questa penso sia la testimonianza più onesta che tutto quello che scrivo non è costruito a priori e gettato in pasto al web per compiacere qualcuno o per accumulare valanghe di click (questo secondo aspetto dovrei incominciare a valutarlo – perché non incominciare a tirar fuori qualcosa di buono dalla mia esperienza su blog? -).
Ecco perciò a voi un gruppo molto particolare, che unisce sinfonia, metal estremo (nella specie il death metal) e tematiche che spaziano dall’occultismo, passando per Lovecraft, mitologia e toccando anche altri temi più recenti. Un mix molto particolare, arricchito dalla cover art di pregevolissima fattura di Spirous Antoniou (anche bassista e cantante della band).
I Septic Flesh (si trovano anche come Septicflesh) sono quella band che può piacere ai novizi del metal, per le sonorità estreme ma mitigate dall’utilizzo, saltuariamente, di clean vocals, arrangiamenti sinfonici (anche con tinte moderne) e melodie lontane dall’oltranzismo death metal tout court.
Per tutti gli altri c’è ben poco da dire, soprattutto per una band formatasi nel 1990, con 9 full lenght all’attivo in 27 anni di onorata carriera (comprenso lo split di diversi anni ad inizio 2000 per questioni personali).

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Mary-Ann Parker

Chiedo perdono a tutti.
Questo è un primo tentativo di scrittura diversa dal solito. Prima di tutto, è il primo “raccontino” dal punto di vista femminile (qua devo ringraziare per l’ispirazione inconsapevole Le Cose da V)
e, in secondo luogo, è una storia d’amore. O forse di passione, diciamo così.
Secondo me, ad onor del vero, è solo la descrizione di un momento. Una diapositiva di un momento che è stato e non sarà più (infatti non ci sarà un raccontino – bis).

Spero vi piaccia.
Buona lettura.

Ho conosciuto Mary-Ann Parker nel 1969 a San Francisco, California. Giusto in tempo per sentire la Summer Of Love gonfiare il petto ed esalare l’ultimo respiro, come un palloncino troppo gonfio che svolazza via dalle mani malferme di un bambino.
Woodstock era di lì a venire. La prima giravolta nella tomba, anche se l’amore libero non lo sapeva ancora. Il vero colpo di grazia lo diede il festival di Altamont, ma nessuno ha pianto più di tanto per quell’esecuzione a sangue freddo.
L’amore è un prodotto a scadenza: una merce che, appena presa, deve essere consumata in poco tempo.
E così è stato con Mary-Ann Parker.

Quando dissi che avevo visto la donna della mia vita, raccontai che prima dell’aspetto, avevo seguito il profumo. Lo dissi a Rory, il quale era solito dire – siamo prima di tutto animali. Seguiamo l’istinto base, olfattivo, ormonale e tutta la razionalità di questo mondo non ci salverà quando ci presenteranno il conto -.
Io gli avevo risposto – Ci sarà pur qualche differenza fra noi e gli animali, no? –
Lui, un junky ventenne con una barba troppo rada per essere bella da vedersi e dei lunghi capelli stopposi, aveva alzato le folte sopracciglia ad arco – Sì, noi ci ammazziamo senza troppi problemi -.
La sua visione cinica, così stupenda ma lontana dall’atmosfera di amore e fratellanza universale in quell’estate stupenda, era disturbante. Una macchia d’inchiostro sul vestito buono della domenica. Era il gracidio della testina prima della partenza del disco.

Quando Mary-Ann camminava sull’asfalto era come se fosse su una passerella di moda. Il capo alto e il mento appuntito ma grazioso che puntava, come una bussola, verso un improbabile Nord. I pantaloni che le stringevano i glutei in maniera discreta, ma poi si allargavano a zampa nascondendo un paio di stivaletti color vinaccia che, sotto la stoffa dei pantaloni, sembravano ricreare l’effetto Dorothy e il Mago di Oz. Una cintura chiassosa era lo stacco su cui si infrangeva la camicetta leggera, quasi trasparente, che faceva intuire l’assenza di un reggiseno.

Mia madre me lo ripeteva spesso – devi trovarti qualcuno da sposare e mettere su casa -. Lei ci teneva che diventassi a sua immagine e somiglianza: tutta casa e faccende domestiche. Non che avesse tutti i torti. Non lo dicevano anche i Jefferson Airplane? Bisogna cercare qualcuno da amare. Ma se li avesse sentiti mia madre, i Jefferson, si sarebbe strappata le orecchie.
– Come si fa a muoversi in quel modo sul palco? – Questo è stato l’unico commento che le avevo sentito dire quando avevamo visto un servizio su Elvis. Il bacino volava da una parte all’altra come l’ago di un filatoio. Avanti, indietro e ancora sui due lati. Le mani che tenevano il microfono erano delicate ma forti, come se l’asta fosse… oserei dire che lo teneva come si dovrebbe tenere una donna.
Non l’ho più sentita commentare niente di quello che succedeva fuori dalle quattro mura domestiche. Quello che succedeva nel mondo, o nelle strade di quella Summer Of Love. Il mormorio sotterraneo del vicinato, il pettegolezzo delle donne di Chiesa o del circolo di cucito erano materia di discussione. E riprovazione assoluta.
Il giudizio morale era presente – non avrebbe… – o – Gesù non approverebbe… –
Ma Gesù non aveva niente di meglio da fare che impicciarsi nella vita delle persone? – mi son sempre chiesta.
Mi sentisse parlare così, mia madre mi manderebbe da quel vecchio prete poco distante da dove abitiamo noi. Padre Krasintzky, il suo nome. Mia madre ne ha sempre parlato come di un santo, una persona che, da lì a poco, sarebbe evaporato in una colonna di luce, vapore e canti angelici per sedersi beato al fianco di Dio.
Non che non facesse tanto per la comunità. Era attivissimo per la sua età. Solo che aveva la tendenza ad essere eccessivamente affettuoso quando mi salutava. Quella grossa mano da ex contadino che mi accarezzava la schiena rimaneva su di me un tempo di poco superiore a quello che è considerato decente dalla comunità cristiana.
Il sorriso giallo, con i grossi denti sporgenti come quelli di un cavallo, e i pelucchi grigiastri che spuntavano irriverenti da quelle grosse orecchie completavano il quadro di Padre Krasintzky. Un’altra persona che, se sapesse della mia attuale passione per Mary-Ann Parker, farebbe una crociata morale e personale per riportarmi all’ovile.
La pecorella smarrita da salvare a tutti i costi.

Mary-Ann era un’artista, o questo è quello che diceva in giro.
Io l’ho sempre vista armeggiare con macchine fotografiche, pennelli o creta che le donavano, vedendola dalla vetrata del suo atelier, quell’aria annoiata e imbronciata tipica degli artisti sul punto del grande salto che mai compiranno.
Questa consapevolezza, il non poter entrare nell’eccellenza, era la causa del broncio perenne e della foga con cui Mary-Ann aderì al concetto di contro-cultura e di non-arte. Le fotografie smisero di essere dedicate alle modelle e incominciarono a  riprendere, rigorosamente in bianco/nero, la sporcizia della società. Il white-trash. Il particolare delle mani dell’outsider. La bottiglia, possibilmente rotta a testimoniare la decadenza della società, immersa nel paesaggio suburbano.
I dipinti seguirono lo stesso cambio. Bando ai colori ad olio e alle tempere. La pop-art era dietro l’angolo. Warhol e la Factory. Le iconografie a colori sgargianti. Il pugno levato in cielo in quadricromia.
Quando non era intenta a cercare il cono di luce giusto o l’armonia perfetta fra le linee dell’orizzonte, ecco che ritornava sui pennelli e come un pugile sul ring si muoveva leggera sui piedi nudi e imbrattava la tela candida. Quando la vedevo danzare, quasi in punta di piedi, con quelle lunghe dita affusolate piegate a sostenere il peso dell’arte, dell’ostinazione e solo per ultimo del corpo, mi veniva in mente quella frase di Muhammad Ali “danza come una farfalla…”. E io la immaginavo a muovere i piedi in cerchio, spostandosi di lato, peso sul calcagno e poi lo sforzo sulla punta, la strisciata della pianta del piede e poi la vedevo riprendere la posizione e di nuovo a ballare sul ring che era il suo atelier.
Quando finiva il round, ecco che si girava, mani strette a pugno e capelli di fronte al viso lucido di sudore, con quella sua maglia candida sporcata, un po’ ad arte e un po’ per vanità, con uno sbaffo di colore acceso che le navigava sulle rotondità del petto come un’onda marina si infrange sugli scogli.
Sapevo tutto questo perché, quando usciva di casa e si tuffava nella folla, nel marasma di colori, odori ed andature, io la seguivo e mi incollavo a quel profumo che, da quel momento in poi, avrei associato per sempre a Mary-Ann Parker.
Quando mi feci coraggio, entrai nel suo atelier.
Erano le dieci del mattino di un giorno di maggio. Lo studio era coccolato dai raggi del sole e le spire di polvere che danzavano nelle linee di luce erano arte in quel tempio della creatività.
Mary-Ann non era ancora entrata in trance creativa e stava seduta su una poltrona bianca di design a fumare una sigaretta sottile poggiata su un bocchino nero e lucido. I sottili sbuffi di fumo grigio le salivano lungo il naso come dei baffi cinesi e questo la rendeva stranamente androgina. Solo quando lo sguardo cadeva sul resto del corpo, la gamba appoggiata languidamente sul bracciolo e il piede a dondolare nell’aria, l’impressione svaniva in un tumulto di forme prorompenti.
Quando mi guardò, ogni coraggio si congelò come acqua in inverno.
– Desidera? –
Non mi diede del tu, era altera e distaccata nel suo mondo artistico. Io, venuta dalla strada e con vestiti messi addosso alla rinfusa e collane di perline al collo, ero l’antitesi della sua presenza in quella stanza. Il suo contrario.
Avrei voluto dirle quello che sentivo ribollire nel petto, ma non lo dissi. Non subito.
Infatti scappai dal negozio.
Ritornai altre due volte e rimasi sempre zitta, sopraffatta da quell’atmosfera strana, intrisa di arte e di rassegnazione, di genio e della consapevolezza che non ci sarà mai spazio, per il vero genio, fra quelle quattro mura.
La terza volta che mi vide era vestita in modo sgargiante, con contrasti così arditi di colori che, su una persona meno avvezza e sicura di sé, si sarebbero trasformati nella sua tomba sociale; su di lei, invece, si quietavano come animali domestici e lasciavano splendere chi li portava al posto che avere voce propria.
– Ancora te? – mi disse – Alla fine o parlerai o mi comprerai qualcosa. – Spero. – aggiunse. Aveva un sorriso stupendo che mi riscaldò il petto e sciolse le parole ghiacciate sulla lingua.

Forse fu quel momento di intimità, effimera e irreale, che mi fece cadere fra le braccia di Mary-Ann Parker.

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Zeusly Planet – Vienna

Quel che inizia quest’oggi da parte di Zeus, Tati e Gintoki, è un progetto editoriale  di emendazione del turista. Sì, proprio tu, fessoscopico e turboelico turista che di torpedone in torpedone raggiungi le agonate mete turistiche seguendo le stesse, identiche, indicazioni che guidano altre centinaia di migliaia di turisti come te, perché scritte su una guida standardizzata. Uno sguardo asettico sul mondo, pensato e replicato dalla lobby delle guide che da quest’oggi decidiamo di combattere, perché…perché sì!
Perché noi non ti diremo quale è il punto migliore per fingere di reggere la Torre di Pisa e come andare a calpestare gli attributi del toro della Galleria di Milano, bensì come ingurgitare una bistecca alla fiorentina di un Kg (soltanto l’osso) e poterlo raccontare e come evitare di stare sulle palle ai milanesi. Non ti indicheremo la via per il balconcino di Giulietta, ma magari quella di un sexy shop dove di balconcini ne troverai a bizzeffe.
Se anche tu senti quel fuoco alle posteriora che ti spinge alla ricerca di un qualcosa in più
dalla tua vacanza e sei certo non sia la cena messicana della sera precedente, unisciti a noi.

Questa è una chiamata a resistere: alle barricate! Eroderemo il potere del Pianeta solitario!

Non indugiamo oltre e partiamo in quarta per le strade della prima capitale europea che ci è venuta in mente: Vienna.

(Vienna in poche parole – copyright Tati)

C’è una considerazione basilare che è spesso estranea al turista italiano: Vienna è in Austria e, di conseguenza, non è italiana (culturalmente, culinariamente etc etc). Se si arriva a Vienna cercando un pezzo d’Italia, forse la meta preferita poteva essere Vergate sul Membro o Orion Sul Serio e eravate nel vostro elemento.

Tolto questo grande, epocale, fraintendimento possiamo procedere. Nonostante i lunghi anni di scrittura e di geroglifici formato bit, siamo restii all’utilizzo del formato narrativo classico per descrivere un viaggio. Sarà che il trauma dell’adolescenza, con i filmini delle ferie, le diapositive delle vacanze o i mille racconti (sempre uguali, ma con variazioni nello spazio-tempo) ci hanno sempre frantumato i gioielli di famiglia, o è proprio l’incapacità congenita di scrivere, ma la narrazione classica proprio non la riusciamo a buttare giù.

E poi, come sempre, descrivere una gita fuori porta, per noi, non significa mettere insieme tonnellate di nozioni architettoniche, culturali, storiche e altro, ma comporta gettare sul piatto cibo, sudore, male ai piedi e disavventure varie che, in un modo o nell’altro, si possono incontrare girando per le grandi, e piccole, città del mondo.

· Come abbiamo cercato di avvertirvi, il concetto di italiano in Austria è un po’ diverso da quello italiano. Per questo motivo non è inusuale che andate al ristorante “Bella Roma” e non trovate un italiano dentro neanche a pagarlo – a parte i turisti che hanno abboccato alle specialità italiane con pizza zucchini e caramelle -. E no, la mozzarella sulla pizza non è facile da trovarsi.
· Tutto costa in Austria e Vienna non è da meno. Non siamo a livelli astronomici, ma il portafoglio è sempre gonfio d’elio e ve lo trovate davanti al naso ogni 3×2.
· La via centrale della città è talmente standardizzata con la sua fila di centri commerciali, che è difficile capire se si è a Vienna, a Monaco, a Milano o a Istanbul.. e no, l’ultima considerazione non è dovuta alla percentuale di kebabbari pro capite.
· Se volete provare l’ebbrezza dei campur americani, provate a prendere alloggio nei youth hostel della città. Se avete un’età compresa fra i 18 e i 29 avrete quella scossa d’energia nel sentire quattro bifolchi che urlano, cantano e vomitano ettolitri di alcool in giro. Sopra ai 30 anni, una delle possibili chance è quella di armarsi di mazza chiodata e mettere pace nel mondo.
· Se siete dei cavalli golosi o dei delfini curiosi, girate per la città cercando le “Schnitzl Haus” o altri locali analoghi. Dove noi abbiamo gli All-You Can Eat giapponesi gestiti da (seleziona etnia orientale a scelta) che ti propongono il mondo in terra per 3 euro, in Austria hanno questi simpatici ambienti in cui ordini una Wienerschnitzel (bistecca alla milanese per chi non maneggiasse bene la melodica lingua tedesca) e ti portano un brontosauro impanato con patatine. Se non riesci a finirlo (a meno che non sei una fogna a cielo aperto, o affamato a bomba, è difficile), puoi sempre portarti via la stagnola con la bistecca. Quando sono andato io, c’era un simpatico locale in cui potevi ordinare porzioni normali, Large, XL o XXL di tutto. Si poteva ordinare anche il Würstel a metro (che suona male, ma vi giuro che dopo è difficile mentire alla propria compagna sulle dimensioni) e le porzioni di pasta o altro a chilogrammo. Per i buongustai è l’orrore, per chi nel cibo trova il devasto… allora sono locali perfetti.
· Sì, in Austria non sono frequenti i bidet. Per evenienze potete optare per due soluzioni: farvi una doccia e lavarvi decentemente; trovare il lavandino e lavarvi là dentro. Cercate solo di essere discreti. E anche di pulire dopo. E non usare lo spazzolino da denti per rifinire il tutto. I miei sono consigli spensierati, sia chiaro.
· Ci sono musei, tutta la scena hot della pittura e cultura pre-guerra mondiale, e anche i monumenti. Ma tanto, diciamocelo, andate a visitare ‘ste cose solo per non sentirvi in colpa dopo aver preso la terza fetta di Sacher.
· A Vienna c’è la Sacher Originale. Sì, è quella vera. Proprio vera vera. Ma tanto non riuscireste a capire la differenza neanche a spiegarvela con i disegni. Non perché sia cattiva, ma il 150% delle volte mangiate altra e il palato si è abituato. Visto che nel locale originale della Sacher i pezzi di torta e capuccino costano una fiocinata, allora vi sentirete come Carlo Cracco con la nota marca di arredamento: My Sacher, My Living. Ma dentro di voi ci sarà sempre quel maledetto demone che vi dice: quella di casa mi piaceva di più. C’era più sugna dentro.
· No, nella Sacher non c’è la sugna.
· Portatevi delle scarpe comode. Non fate come i turisti classici che arrivano con le ballerine e devono essere portati in Hotel con visioni mistiche e i piedi con le stigmati.
· Nonostante i diversi viaggi che ho fatto nella capitale austriaca, non ho ancora capito una mazza dei distretti. Ma, ripeto, siamo un po’ capre noi.
· Sì. Gli austriaci hanno una passione particolare per vestirsi in maniera dubbiosa, ma eviterei di puntare il dito contro di loro. Anche perché non vorrei rinfocolare il vecchio rancore e, in quattro e quattr’otto, ve li ritrovate sul Piave.
· Ricordatevi che, in Austria, parlano austriaco. Perciò, quando andate fuori, almeno due parole in inglese imparatele. Non andate a casa loro dicendo “perché non sanno parlare in italiano?“. La risposta è la semplice: sono in Austria. Tirate fuori i libri di inglese/tedesco e imparate due frasi basic, giusto per non far brutta figura. Forza.

(Logo della Zeusly Planet – Copyright Tati)

Vienna è una città densa di fascino.

È la scusa con cui vi ritroverete a fine viaggio senza soldi perché spesi tutti in cose fascinose.
La ruota panoramica è una di queste. Quasi 10 euro per un giro di un quarto d’ora in cui la vista non è nemmeno eccezionale. Però la ruota ha un che di magico: dopo il giro, qualcos’altro in voi continuerà a girare vorticosamente.

Una vista migliore della città è fruibile dalla Gloriette, nel parco del castello di Schönbrunn. Ovviamente anche se chiamato castello parliamo più propriamente di una reggia, quindi non fate i classici turisti provinciali che si aspettano di trovare le torri, le merlature e Re Artù che si fa mettere le corna.

Per restare in tema di cose che girano, altra estorsione legalizzata ai danni del turista sono le cosiddette Palle di Mozart, che in qualsiasi negozio del centro trovate a far bella mostra in vetrina al prezzo di una tagliata di Angus. Quando poi entrerete nel primo supermercato e vedrete la stessa scatola a metà prezzo, assisterete a un’altra magia: le palle di Mozart cominceranno a roteare nella scatola.

È sicuramente una città spesso non accessibile economicamente, a cominciare dai costi per nutrirsi se vi trovate in centro. Potete ovviare trangugiando panini coi salsicciotti in uno dei tanti chioschetti cittadini: per trovarli basta seguire la scia odorosa di grasso bruciato.
Un’altra economica alternativa è farsi un panino al supermercato con il Leberkäse, un polpettone che non è un polpettone ma un insaccato ma che non è un insaccato, a base di
maiale e manzo ma che forse non è maiale né manzo ma alla fine non vorrete saperlo.

Noi Mediterranei abbiamo la brutta abitudine di cominciare a cenare quando gli altri sono ormai già al quarto giro di alcolici e la cena l’hanno già bella che vomitata. A Vienna cercate di adattarvi e di tener presente che se arrivate alle 21 in un locale il cuoco vi guarderà male perché probabilmente aveva già pulito i fornelli ed era pronto a staccare il
turno. Durante la settimana molti posti chiudono verso le 23: se verso quell’ora siete ancora a tavola a fare molliche col pane e a ravanarvi nei denti con l’unghia del mignolo vedrete i camerieri girarvi intorno come tanti squali, fino a che uno di loro non vi mollerà il conto a tavola – senza che lo abbiate chiesto – per farvi capire di sloggiare.

Il modo migliore per farsi odiare dagli austriaci ed essere considerati degli straccioni, è pagare con le monetine.

Nonostante in centro girino tante carrozze, le strade sono abbastanza pulite. Vengono infatti lavate di frequente, sotto i vostri piedi ci sono rivoli d’acqua corrente… poi alzate gli occhi e notate che si tratta di un cavallo che sta svuotando il proprio idrante.

L’acqua dei rubinetti di Vienna è tra le migliori d’Europa, anche se per il nostro palato, abituato a quel bel residuo fisso di calcare che blocca i reni, potrebbe sembrare leggera. Non commettete l’errore, comunque, di comprare acqua in bottiglia. A meno che non vogliate pagare 33 cl di San Pellegrino al prezzo di un Barolo Riserva.

Vienna è una città sicura. A patto che non camminiate sulla pista ciclabile. In quel caso la legge austriaca prevede il diritto per un ciclista di falciarvi a morte e offendere la memoria dei vostri avi fino alla terza generazione.

Ma ricordate che è tutto per il fascino.

[Tati, Gintoki & Zeus]

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Music Wizard (185)

Mentre sto aspettando che le votazioni facciano il loro corso (vi ricordo che la puntata numero 6 di Alla Ricerca Del Trono di Fuoco è ancora aperta), io mi beo di questo periodo di tranquillità compositiva.
Non completa inattività, ci sono alcuni progetti in essere che dovrebbero vedere la luce quando il tempo sarà propizio… ma per il resto non ho l’ansia di dover creare una nuova grande storia. Anche perché ci sono blogger, sì sai chi sei se stai leggendo, che incominciano sulla strada della scrittura e se perdurano… ci siamo capiti, no?
Perciò rimango seduto sul mio trono e guardo in basso, mani giunte sotto il mento e gomiti poggiati sui braccioli di legno.
Il mondo è un posto strano visto dall’alto.
Tutto, ma proprio tutto, da una certa prospettiva perde di importanza capitale. Quanto più ci distanziamo, tanto più tutto perde del suo carico di ossessioni, aspettative, paure, eccitazioni o febbre del fare/non fare…
Da una certa prospettiva c’è una calma lattiginosa, se ci si mette dentro le dita questa le avvolge e si ha l’impressione di esser finiti in un vasetto di yogurt. Ma quando guardi il tuo interagire (nel caso specifico le mani), vedrai che non è presente nessun residuo di tale rapporto.
Scuoti la mano. Tira via anche l’idea di esserti sporcato con le faccende contingenti e ritorna a guardare il movimento dell’uomo.
Formiche. Questo è quello che sembra l’uomo. Si muove veloce, scappa e ritorna. Si aggrega e protegge la regina. Ma, in fin dei conti, è pur sempre una forma evoluta di bestia.
Allontanati ancora un po’ e anche l’uomo perde di significato nell’immediato.
Quello che vedi è un mondo verde e blu. Mari e oceani. Foreste e catene montuose. Deserti, tanti. Forse troppi. I ghiacci permanenti dell’Artico e dell’Antartico. Il blu profondo delle Fosse delle Marianne. I paradisi terrestri.
Senza l’uomo, le macchine, le scadenze, i calendari intasati e le corse a prendere l’ultima metro sembra tutto così pacifico.
Forse persino noioso.

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